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R Recensione

6,5/10

Stella Diana

Gemini

Dopo otto anni di intensa attività il progetto Stella Diana di Raffaele Bocchetti (chitarra), Massimo Del Pezzo (batteria), Giacomo Salzano (basso) e Dario Torre (voce/chitarra) approda al terzo album, il vorticoso Gemini, edito dalla label spagnola Siete Senoritas Gritando, dopo il primo autoprodotto Luce al Centro e il fortunato Supporto Colore, capace di ottenere buoni responsi dalla critica nostrana e di lanciare la band in un tour completo di date estere.

Irriducibili della chitarra, i quattro si dedicano ad uno shoegaze colmo di incursioni wave, attento a non smarrire una potente anima indie rock, caratterizzata da una forma canzone fortunatamente non subordinata all'abbandono della lingua italiana, considerata all'altezza del genere affrontato nelle nove tracce del LP.

Meno fragorosi dei Klimt 1918, tanto per rimanere in casa, gli Stella Diana preferiscono non sovraccaricare i loro pezzi di dilatazioni strumentali, mantenendo invece i riflettori puntati su strutture tipicamente pop. La vicinanza in questo senso ai gruppi shoegaze dei primi anni '90 non ancora passati attraverso “l'espansione sonora” del post rock è evidente, richiamando alla mente esperienze come quella degli Adorable, dei Catherine Wheel e degli Swervedriver, dove la componente strumentale supportava e irrobustiva quelle che erano pezzi indie rock di forte impatto.

Eppure l'elemento che più si fa apprezzare in Gemini è l'equilibrio raggiunto tra parti strumentali e rigoroso sviluppo pop dei brani. La prima Shohet ad esempio ci sommerge fragorosamente con una nebulosa instabile di chitarre a tutto volume, sottoposte ad uno stordente lavorio sui pedali capace di far mutare questi corpi sonori rendendoli ora infuocati ora liquidi, ora espansi ora solidi e nitidi. Tutto questo mentre la voce di Dario Torre dipinge immagini impressioniste del tutto a loro agio nel mare di feedback da cui sanno comunque non essere sommerse. Il basso de Gli Eterni conduce maestoso un pezzo un altro brano dal grande potere magnetico, questa volta più evidentemente rispettoso di geometrie meno frastagliate, comunque nobilitate da un ottima cura delle parti strumentali, impegnante in esplosioni accorate, tenute a bada dalla potente ritmica di Del Pezzo o dai motivi guida della chitarra solista. Il basso roboante della successiva Mira non può non svelare l'influenza che il dark energico degli Interpol ha avuto sul mood dell'album, oscuro e esasperante nell'affiatato avvicendarsi di brani sempre più sostenuti.

Così a completare l'album intervengono brani come la tesissima Paul Breitner, catarticamente risolta in un refrain pop-rock di indubbia presa, la sincopata Ra con la sua ritmica spezzata e il suo corpo centrale sospeso in nebbie ambient, la sospinta e claustrofobica Kingdom Hospital, o l'evocativa e malinconica Caulfield.

Bill Carson ci lascia accompagnandoci all'uscita sui suoi tappetti sonori dream pop regalandoci un commiato riflessivo e blando, una sorta di altra faccia della medaglia Gemini, perfettamente complementare ai momenti più fragorosi, mezzi soltanto un po' più efferati per esprimere la stessa ansia esistenziale e comunicativa.

Ottima prova in definitiva per la band campana, capace di confrontarsi con maturità e coraggio con un genere non facile da domare e da padroneggiare, il quale, nonostante la sua età pericolante, esce da questo album rinfrescato e ringiovanito.

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Voto degli utenti: 6,3/10 in media su 2 voti.
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