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R Recensione

6/10

The Lees of Memory

Sisyphus Says

John Davis e Brandon Fisher arrivano dritti dritti dagli anni Novanta. In principio furono i Superdrag (americanissima band alt rock scioltasi nel 2003 e riapparsa poco dopo per un'estemporanea reunion), poi gli Epic Ditch capitanati da Davis e infine il progetto The Lees of Memory, che vede di nuovo insieme Davis e Fisher, accompagnati dal batterista Nick Slack.

Sisyphus Says cambia veste ad un songwriting consolidato: il power-pop dei Superdrag viene ricontestualizzato in un gonfio e stratificato ambiente sonoro shoegaze. Nonostante i chiari riferimenti “rétro”, è comunque possibile parlare di un passo avanti per il duo Davis-Fisher, capace di padroneggiare le nuove dinamiche con raffinatezza e maturità, senza dimenticare la capacità di scrivere ottime canzoni: l'ottimo trittico iniziale (“We Are Siamese”, “Little Fallen Star”, “Open Your Arms”) è la dimostrazione di una band del tutto a proprio agio nel gestire le gonfie sovrastrutture messe in piedi grazie ad una ricchissima interazione di elementi (chitarre elettriche, 12 corde, organo, synth, piano). L'album, pur tra episodici ritorni alle origini (“Not A Second More”) e tenui ballate in reverb (“Don't Part Ways”), si assesta su questa formula iperstratificata e revivalista. I brani si alternano variando di mood e intensità, passando dalle armonie colorate e cangianti di “Deliquesce” alla stasi sfrigolante di “Landslide”, dalle stilettate d'organo di “Lower Atmosphere” al non perfettamente riuscito slide-gaze di “(I Want You To) Let It Flow”, passando per le matasse melliflue di marca MBV (“Reenactor”) e Spacemen3/Loop (“One Wave in The Sea”).

Tutto già sentito, va bene. Qualche eccesso di pedanteria di tanto in tanto, anche. In Sisyphus Says, però, non si respira esclusivamente retromania. La capacità di scrittura è, in diverse occasioni, scintillante, come è pregevole il lavoro fatto da Nick Raskulinecz (produttore, tra l'altro, degli ultimi Deftones), capace di giocare con grande creatività sulle tinte, sulla grana e sulla consistenza dei suoni, per undici brani tirati a lucido come si deve. Bello perdersi tra i cumuli e le stratificazioni di un lavoro che, pur non indispensabile, riesce a divertire parecchio. E, forse, a rimettere in pista un duo con ancora diverse cose da dire.

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