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R Recensione

7,5/10

Tripwires

Spacehopper

Il nuovo brit-rock non smette di regalare piacevoli sorprese. Una di queste è l'esordio dei Tripwires, band di cui è impossibile non citare il passato di “ex cover band degli Slipknot”. Tranquilli, con quella robaccia il quartetto di Reading ha chiuso ogni ponte (“errori” di gioventù, a tutti concessi), consacrando infatti il suo esordio Spacehopper ad un brit-pop affogato in espansioni shoegaze.

Prendete i primi Verve, certi rimandi ai Placebo (il vocalist Rhys Edwards ricorda, a tratti, il timbro androgino di Brian Molko), i Radiohead fase The Bends e immergete tutto in fuzz, distorsioni e riverberi. Il gioco è fatto: i Tripwires mixano questi ingredienti in un personalissimo caleidoscopio sonoro, regalandoci un'ulteriore -brillante- interpretazione delle contemporanee tendenze british.

Una formula che i nostri esplorano in tutte le sue varianti, nel corso degli undici brani dell'album. Si prenda Shimmer, (power)brit-pop dove gli influssi Radiohead sono tanto presenti quanto trasfigurati colmando lo spettro sonoro di sferragliate chitarristiche che ondeggiano con grande fluidità tra sferzate roboanti e ovattati rallentamenti psych. Le intuizioni sono ancora molte, però. Plasticine è un brit-rock tutto teso al gancio melodico del refrain, reso irresistibile dal motivetto sintetico, Under A Gelatine Moon torna a giocare con un Thom Yorke in acido, Love Me Sinister e Catherine, I Feel Seek sono lente composizioni neo-psichedeliche costruite sugli strascichi in accumulo delle chitarre. E poi ci sono pezzi come A Feedback Loop of Laughter, Paint, Tin Foil Skin, (senza contare la lunare Wisdom Teeth), ad abbracciare un linguaggio squisitamente pop, abbarbicato in un agglomerato giocoso e trasognato di chitarre melliflue e magnetiche, saliscendi stordenti, liriche suadenti e motivi di synth giocosi e catchy.

Un esordio davvero promettente. La capacità della band di armeggiare con la grammatica pop è esemplare, la fluidità del songwriting è già quella di una band matura (nonostante una bella dose di freschezza e spontaneità adolescenziale), la cura delle trame chitarristiche e delle bizzarrie in fase di arrangiamento è propria di chi non lascia quasi nulla al caso. Un plauso a Spacehopper e ad una scena che continua ad avanzare (e divertire) non poco.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Franz Bungaro alle 14:44 del 16 ottobre 2013 ha scritto:

"Shimmer" mi sa tanto di instant classic. Anche se i Radiohead non ce li ho proprio sentiti Matte . Mi sembrano più i Kasabian inzuppatti nell'effettistica dei My Bloody Valentine (assoluti ispiratori del loro sound) con dei forti ammiccamenti ai Placebo e ai Nirvana...(c'è un momento in Shimmer, dal minuto 1:52, dove è plagio clamoroso di Smells like teen spirits). Per quanto lo possa ascoltare in modo precario (a buon intenditore...) non sembrano male, anche se siamo sempre in ambito "dischetti", che non ha un'accezione necessariamente negativa, semplicemente dischi spassosi, perlopiù da una botta e via. Molto meglio di tanti altri però.

target alle 15:20 del 16 ottobre 2013 ha scritto:

Altro che non sentirceli, Franz, i Radiohead: sopra questa "Shimmer" ci puoi cantare "Just" senza problemi, come se fossi al karaoke.

Franz Bungaro alle 19:57 del 16 ottobre 2013 ha scritto:

beh si, "riascoltandoli" qualcosa di (quei) Radiohead c'è, ma ne più ne meno di quanto lo si può ritrovare in una miriade di altre formazioni contemporanee...pure i Negramaro sono Radiohead a sentirli bene... scherzi a parte, penso che Verve (come giustamente detto da Matteo) Placebo (ancora Matteo) e My Bloody Valentine e Nirvana (questi li dico io) sono i riferimenti immediati...appena potrò ascoltarlo tutto bene ripasso per il voto, cmq sicuramente positivo!

Franz Bungaro alle 16:16 del 16 ottobre 2013 ha scritto:

bo, sarà che io i karaoke li ho sempre odiati...

Sor90 alle 15:47 del 17 ottobre 2013 ha scritto:

Madonna se si sentono i Radiohead. Cas guru della scena brit!