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R Recensione

7/10

True Widow

Avvolgere

Che bello il suono sporco e sfrigolante, granuloso, dei True Widow. Una formula affinata nel tempo ma da sempre incentrata sull'accostamento tra densità granitiche di marca sludge, espansioni shoegaze e mesti pantani slowcore. Una formula semplice, tutta giocata sui riff distorti dell'accoppiata basso-chitarra, con il primo a gorgogliare e dettare la linea in primo piano e la seconda a lavorare sia sul rafforzamento della grana che sulle screziature armoniche (senza dimenticare, certo, l'incrollabile, roccioso sostegno della batteria). Minimalismo, sì, ma all'insegna di sommovimenti, di gorghi e spire, di addensamenti e lenti impaludamenti sonori. C'è sempre stato movimento, per quanto lento e viscerale, nelle composizioni della band texana.

E se una cosa cambia, in questo “Avvolgere” (sì, come la stretta di un pitone), è la maggiore concretezza di una proposta che, se con “Circumambulation” covava una sua torbida metafisica (la fascinazione per i motivi ossessivi, per i chiaroscuri netti, per i vocals atmosferici), oggi sembra più ancorata alla sporca e nuda terra -e quindi alle matrici stoner- e ai suoi movimenti tellurici. Un suono più muscolare, dunque, con il basso della Estill sempre più protagonista: sulle sue pulsazioni strutturanti si erigono pezzi solidi, massicci, heavy, ben piantati in una crosta dura, battuta e compattata dalle scosse soniche del trio.

La prima “Black Shredder” mette subito le cose in chiaro con quel riffone massiccio che scuote il brano per tutta la sua durata, imperversando su una base ritmica solenne e minimale, lasciando che la successiva “Theurgist” ribadisca l'antifona, seppure tra giochi cromatici più screziati e sediziosi (se l'apertura risultava quasi soffocante, qui il main riff viene ripetutamente lasciato in secondo piano per poi tornare a invadere prepotentemente lo spettro sonoro). A fianco di brani ottundenti e feroci come la bellissima “Sante” e la gorgogliante “The Trapper and The Trapped”, si innestano i momenti più scenici, dove prevalgono le tinte fosche (e dove meglio si esprime la vena melodica) della band: la densissima “O. O. T. P. V.”, la ieratica e sciamanica (visto anche il titolo) “Entheogen”, con la chitarra che si concede straordinariamente ad un melodioso, per quanto distorto dal fuzz, arpeggio, o l'inesorabile saliscendi scalare di “Grey Erasure”.

Il livello rimane alto, non si registra alcun cedimento rispetto allo scorso “Circumambulation”. Magari la visione, questa volta, è un po' più a fuoco, più concentrata e schietta, con i conseguenti pro (in termine di definizione e impatto del sound) e contro (quanto era affascinante il registro cupo e opprimente del 2013?). I True Widow, al quarto album, rimangono una conferma.

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