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R Recensione

7/10

True Widow

Circumambulation

La formula dei True Widow è finalmente sgravata da ogni peso superfluo. Questo si può dire percorrendo il tragitto che, dal primo lavoro omonimo al nuovo Circumambulation, ha portato la band texana a forgiare la sua creatura “stonegaze”, cupissima ibridazione giunta ormai a completa maturazione.

Si era già parlato dello scorso As High as the Highest Heavens... (2011) su questi lidi, descrivendolo come un tentativo affascinante ma, alla lunga, claudicante nel suo procedere affannato e monotono (nonostante diversi buoni pezzi). Leggermente più breve del predecessore, Circumambulation ha certamente il pregio di andare al punto con maggiore efficacia, di trarre il massimo di espressività dalla sua sostanza fangosa e nerissima. I punti di riferimento, i soliti: si va dallo slowcore ai Jesu saggiando i territori sludge senza però dimenticare un fine apporto melodico che molto deve, in diversi casi, ai contributi vocali della bassista Nicole Ellist. Basti una Fourth Teet per rendersi conto dell'ottimo equilibrio raggiunto.

Composizione e scrittura sono quindi raffinate e dosate, per un perfetto connubio tra le melodie che alleggeriscono il mood e le armonie gorgoglianti e noise che dominano e saturano lo spettro sonoro. Creeper apre le danze con il suo riff lento, su cui si innesta la voce di Dan Phillips, che assieme ad una sessione ritmica morbosamente abbrancata al motivo portante crea spire fangose che conferiscono al pezzo una gravità solenne. Si procede con lo splendido interplay tra chitarra e basso, uno grave e cadenzato, l'altra effettata e tagliente, di S:H:S, marziale discesa in territori che appartengono sia ai Belong che ai Codeine durante un incubo. Lo stile asciutto ma capace di grande varietà timbrica (seppure in scala di grigi) della chitarra di Phillips è uno dei punti di forza dell'album: nella già citata Fourth Teet, nei bridge che sbloccano l'ipnotico riff di Numb Hand, nella splendida HW:R, con i suoi arpeggi capaci di imporre il passo -culminando nel solo del finale- alla pur imponente sezione ritmica, nella conclusiva -pienamente in stile Low- Lungr, col suo mestissimo motivo sporco e granuloso.

Un netto passo avanti per un risultato davvero convincente. Il trio di Dallas ha raggiunto un equilibrio che funziona e che fa girare la macchina True Widow nel migliore dei modi. Un disco opprimente, cupo, a tratti rituale, che regala pezzi di grande stazza, capaci, pur seguendo un copione senza sorprese e senza sbalzi, di evitare ogni immobilismo. Da non perdere.

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