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R Recensione

10/10

Caetano Veloso

Transa

Caetano Veloso non ha bisogno di presentazioni o di difensori d'ufficio, è fra i giganti della musica del '900. Anzi, della cultura del '900, perché circoscriverne la vastità e la complessità al "solo" contesto musicale è riduttivo e fuorviante.

Veloso è un poeta, un libero pensatore, un rivoluzionario, un autore a tutto tondo. L'Artista del popolo e l'Uomo che ha saputo definire e condurre verso la maturità movimenti radicali (leggasi: tropicalismo), innamorato del suo Brasile ma anche del rock anglo-americano; nobile nel portamento ma fermo nel denunciare gli orrori della dittatura militare che ha avvelenato il suo paese dopo il golpe del 1964. Un atipico, inviso alla cultura autoritaria dominante, ma a disagio anche se imbrigliato fra le maglie della cultura "alternativa" più ortodossa.

Un tipo tanto fermo da pagare in prima persona, da doversi rintanare a Londra, ad un certo punto. Siamo all'alba degli anni '70, e la capitale inglese è luminosa come pochissime altre cose al mondo: ovunque brillano i suoi innumerevoli talenti, la sua musica sta disegnando traiettorie sempre più impensabili e originali.

Ed è proprio a Londra che Veloso partorisce uno fra i suoi dischi maggiori, di certo il mio preferito, uno di quei lavori che meritano l'Olimpo della canzone d'autore (come "Astral Weeks", come "Songs" di Leonard Cohen o "Pink Moon" di Nick Drake; avete capito il genere, insomma).

Perché "Transa" si regge sopra un equilibrio magico e irripetibile, quell'equilibrio che rende vitale e imprescindibile ogni accordo, che dispensa bagliori di assoluto lungo le linee intricate della melodia, o nei cori che la colorano, o nella ricchezza di ritmi e accenti che zampillano da ogni dove.

Caetano racchiude dentro otto pezzi una vita intera, un compendio di esperienze e di idee con pochi eguali: la tradizione poetica che celebra la devastante bellezza del Brasile ("Triste Bahia" di Grégorio De Mattos, poeta barocco del '600), il tropicalismo e le sue commistioni accattivanti (la musica popolare brasiliana che guarda a Roger Martin, a Lennon e McCartney, alla produzione ampollosa che ha reso immortale il Sergente); la jovem guarda (Roberto Carlos padre putativo), il cinema novo.

E ancora: il rock e la chitarra elettrica che si erge a protagonsita assoluta (merito del superbo chitarrista e arrangiatore Jards Macalè), perché Veloso ha speso lunghi inverni a cimentarsi con i soli di Hendrix, e poi con le deflagrazioni ritmiche di James Brown e del funk; percussioni e ritmi sudamericani (pontos de capoeira, danze marziali a uso e consumo degli schiavi nell'epoca coloniale) che si innestano lungo imperiosi soli rock e riflessioni dal respiro filosofico. E poi la samba e la voce nuova, naturalmente.

La contaminazione che prende ancora una volta il sopravvento, e poco importa che l'inglese di Caetano qua e là suoni un filo incerto: quando la poesia ti corre dentro non ci sono steccati e barriere che tengano, e anzi l'uso promisco dell'idioma britannico (che lui trovava estremamente affascinante, pur nella sua semplicità grammaticale e sintattica) e delle cadenze malinconiche e suggestive del portoghese finisce per diventare il fiore all'occhiello del disco.

L'esiliato Veloso utilizza infatti la lingua natìa e la citazione - e lo stesso dicasi per il cut up - come trappola nostalgica, come ricreazione artificiale di una "casa", un modo per riconnettersi con l'identità brasiliana delle origini, col suo popolo

Ecco allora che "You don't know me" si inerpica piano piano fino a stordirti completamente: la chitarra (cristallina) accarezza la falsariga della linea melodica che Caetano rigira per due strofe e poi alza di tono, fino all'apoteosi.

"Better never get to know me/ Feel so lonely/ The World is spinning round slowly", ma anche i primi due versi di "Maria Moita" di Vinícius de Moraes: "Nasci lá na bahia de mucama com feitor / O meu dormia em cama, minha mãe no pisador". Allora è vero, l'opera è segnata dalla schizofrenia, la fusione dei due mondi diventa una missione possibile, Caetano canalizza la propria saudade dentro gli schemi concettuali della musica europea.

"Nine out of Ten" spinge ancora sul versante della fusion anglo-brasiliana e regala un solo alla chitarra che evoca a tratti le folate di vento dei grandi maestri jazz. Impossibile comunque spiegare la forza della voce di Veloso, timida ma a suo modo possente, mesta ma capace di volare molto in alto, flebile ma estatica. Qui nasce un linguaggio canoro inedito, fortemente ritmico, che passa dalla ripetizione mantrica di pochi versi (come in trance: "transa", appunto) alla loro ricombinazione, per arrivare al cut up vero e proprio (che sfocerà nel canto senza parole e nel humming onomatopeico utilizzato spesso in "Joia"). Gli accenti reggae, poi, rendono il tutto ancor più sorprendente, anche perché inusuali nella musica brasiliana.

"It's a Long Way" è folk-rock liberatorio, e si dimena dentro quei tic verbali che prendono definitivamente  il sopravvento: Caetano sempra perdersi all'infinito dentro le stesse parole e non concede sosta. Tutta la canzone è basata sull'accumulo di memoria, su un "montaggio" di ricordi, o meglio dei loro frammenti, in un flusso di coscienza che guarda tanto al rock quanto al folklore musicale brasiliano della prima metà del '900 (viene citato quasi alla lettera Zé do Norte: "os óios de cobra verde/ hoje foi que arreparei/ se arreparasse há mais tempo/ não amava quem amei (...) arrenego de quem diz/ que o nosso amor se acabou/ ele agora está mais firme do que quando começou").

Rispuntano pure i Beatles, persi nella loro "long and winding road", e Il brano è intriso di carezze e di sfumature brasiliane che progressivamente si fanno predominanti. Tutto suona come incastonato nel momento giusto e al posto giusto.

"Triste Bahia" si immerge disinibita nella cultura del gigante sudamericano, perché giostra a piacimento i versi di De Mattos, e costruisce un arrangiamento sempre più complesso e variopinto, fra background voices e aperture corali, capoeira e berimbau (stranissimo strumento a corda di origine africana, importato dagli schiavi e da sempre in voga in Brasile), poliritmi a profusione: gli intrecci percussivi diventano furibondi e dirompenti, cade ogni inibizione, il gigante continentale si mette a ballare sul serio.

Tutto è sospeso dentro una dimensione sempre più eterea eppure fisica, dove si sublimano i fermenti culturali che hanno reso Veloso così grande: una concezione progressiva cui forse dovrà qualcosa anche il Battisti brasiliano di "Anima Latina" (anche se Jorge Ben potrebbe non essere d'accordo), una tavolozza così ricca di timbriche, colori e sfumature da stordire ad ogni ascolto.

"Mora Na Filosofia" è l'ultimo sberleffo di Veloso alle rigorose tradizioni del suo paese, e infatti scandalizza tutti i benpensanti, perché la samba di Monsueto viene sventrata a furia di possenti iniezioni di elettricità. Rock e psichedelia deformano ancora dogmi e certezze della musica popolare brasiliana. "Neolithic Man" sembra una danza dalle sembianze scheletriche, eppure sa disegnare l'ennesimo scenario apocalittico, ed è fra i brani più originali e deviati in assoluto della carriera di Veloso.

Il gustoso scherzo finale di "Nostalgia", che si mette a giocare con blues e rock'n'roll, non perde nulla in termini di resa espressiva.

Spero di aver detto abbastanza: un disco così grande merita per forza una chance, tocca a voi concederla.

 

Significativi contributi di Matteo Losi

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Voto degli utenti: 9,3/10 in media su 8 voti.
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gramsci 10/10
fabfabfab 9,5/10
Cas 9,5/10
zagor 8,5/10
Lepo 10/10

C Commenti

Ci sono 9 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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loson (ha votato 9 questo disco) alle 18:09 del 21 aprile 2013 ha scritto:

Dai, è qualcosa di epocale. Ascoltatelooooo!!!!!

Jacopo Santoro alle 12:17 del 22 aprile 2013 ha scritto:

Bello bello bello. "You don't know me" una meraviglia.

Cas (ha votato 9,5 questo disco) alle 20:52 del 23 aprile 2013 ha scritto:

Disco capolavoro, assieme al primo omonimo e a Joia, del '75. Caetano Veloso rappresenta per me una delle più fortunate scoperte, capace di rappresentare un grandioso apice musicale, assieme a tutto il movimento tropicalista. Personaggi complessi, ricchi, le cui storie sono da sole piccole avventure, avventure che si mescolano ad una musica tanto vitale quanto cerebrale (i testi concretisti di molti, dagli Os Mutantes di Bat Macumba al Veloso sperimentale di Araca Azul...), ricca di ibridazioni, sperimentazioni, colma di una poeticità unica. Bravissimo Frà. Se volete innamorarvi del personaggio beccatevi questo:

Jose de Buenos Aires alle 21:01 del 10 ottobre 2013 ha scritto:

Sempre del '75, se caso mai no lo hai ascoltato, ti consiglio "Qualquer coisa" (quello della copertina simil Let it be). Un disco gentile, raffinato e bellissimo con alcuni classici dell repertorio caetaneano e tre imbattibili covers dei Beatles. Un abrazo desde Sud América.

loson (ha votato 9 questo disco) alle 14:29 del 24 aprile 2013 ha scritto:

Vederlo in concerto a Ferrara, nel 2008, è stata un'esperienza grandiosa. Quando ha fatto "Terra" (che, come da titolo, è una delle canzoni più splendide del Pianeta) si è levato un coro di tutti noi del pubblico, a cantare con Caetano in una coda che sembrava infinita, mantrica, colma di quella gioia che si può esprimere solo col pianto.

Jose de Buenos Aires alle 20:56 del 10 ottobre 2013 ha scritto:

"Terra" è troppo bella. L'ode alla mamma terra nel disco dedicato alla mamma Veloso (vedi la copertina del '7. Mi piace ancora di piu la versione dal vivo di fine anni novanta. Stupenda graça...

Jose de Buenos Aires alle 21:08 del 10 ottobre 2013 ha scritto:

Anche qui a Buenos AIres nel 2009-2010 (non ricordo bene) stesso clima, stessa risposta. Eravamo cintuantamila all'aperto e non volava una mosca, solo il coretto in sottovoce: "Pur mais distante, o errante navegante, quem jamais te esquecería"...

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 2:15 del 3 agosto 2013 ha scritto:

bello, bello

Jose de Buenos Aires alle 20:53 del 10 ottobre 2013 ha scritto:

Io credo che Caetano sia uno dei più grandi esponenti della musica popolare in assoluto. CI penso e ci ripenso, e non tro vo propio nessuno che possa essere al contempo un songwriter all'altezza di Dylan, De André o Cole Porter, un vocalista d'eccezione al modo di Marvin Gaye o Stevie Wonder ed un interprete personalissimo di canzoni altrui al modo di Aznavour, AMalia Rodrigues o Mercedes Sosa. Veramente straordinario. Ci vuole una bio. Su... chi se la sente?