R Recensione

6/10

Fruit Bats

The Ruminant Band

Ci sono casi in cui la copertina di un disco è il ritratto speculare della musica che racchiude, altri in cui depista l’ascoltatore verso dimensioni distanti le miglia dal contenuto sonoro. Quest’ultimo è il caso del quarto disco dei Fruit Bats, il cui titolo rimanda a un ambito rustico (una band immersa tra mucche ruminanti? una band di capre? una band di masticatori di erba medica?) che cozza con l’estetica da videogame applicata all’ambiente urbano della copertina ma che collima perfettamente con le atmosfere country-folk del disco. E se la Sub Pop fa da chioccia, la fattoria promette bene.

Eric D. Johnson, unico membro fisso dei Fruit Bats, dopo una parentesi di quattro anni che lo ha visto collaborare con altri gruppi della cerchia weird-America più agreste (Vetiver in primis), ha scelto di ri-affrontare il suo progetto solista con una maggiore attenzione – parole sue – al ruolo degli altri musicisti: se dunque è lui l’unico compositore, ed è lui a scapicollarsi sui tasti del piano (elemento centrale in molti pezzi stile saloon), sono un’altra decina di strumentisti a gremire i brani di eleganti dettagli che fanno di “The Ruminant Band” un gustoso esemplare di country-pop aggiornato agli ‘00.

La voce nasale e aguzza di Johnson, leggermente scomposta, conferisce una sfumatura scampagnante al disco, in un tessuto che ciondolando tra i Wilco più classici degli ultimi tempi e un gusto melodico cristallino di ascendenza beatlesiana, dribbla di forza le tendenze psych-folk dell’America più recente per installarsi in un dominio di solare ascoltabilità essenzialmente pop (Johnson è da poco entrato negli Shins dopo il recente repulisti). Per la fresca aria di settembre, quindi, qui si può trovare materiale ad hoc, sin dalla steel guitar di “Primitive Man” e dall’intimismo cantautoriale à la Tom Brosseau di “Beautiful Morning Light”, per arrivare al romanticismo hippie di “Feather Bed” o al piano boogie di “The Hobo Girl”. Ascoltare “Singing Joy To The World”, poi, solo chitarra e voce, è come stendere una tovaglia sull’erba per un pic-nic, facendo aprire i cestini con il miele e la cioccolata agli Elected di “Sun Sun Sun”.

La pecca di un disco di tal fatta è l’appiattimento su di sé: le sorprese latitano, e alla fine la piacevolezza dell’ascolto rimane di superficie. Qualche pezzo meno ispirato (“My Unusual Friend”, “The Blessed Breeze”) invita allo skip, mentre altre oscillazioni tra aria honky-tonk (“Being On Our Own”) e rock seventies da deserto californiano (“Tegucigalpa”) sono buoni per godimenti on the road. In agriturismo, dopo tutto, in mezzo alle capre e alle vacche su cui ronzano le mosche, ci si va per rilassarsi. E questo disco è l’ideale. Ruminare per credere.

Myspace: www.myspace.com/thefruitbats

Video

"The Ruminant Band": www.youtube.com/watch

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