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R Recensione

7/10

Shannon and the Clams

Sleep Talk

Eccoci al dunque: dove poteva portarci la sbornia surf pop che aveva fatto cavalcare l'onda ad alcuni tra i complessi indie più scanzonati degli ultimi anni (pensiamo ai Best Coast, ai Drums...) se non ai girl groups? Dopo i numerosi cultori dei Beach Boys mancava il gruppo che volgesse lo sguardo ancora un po' più addentro a quella stagione ed esplicitasse una più diretta connessione con il pop solare dei gruppi femminili dei primi '60s.

A fare da anello mancante ci pensa l'ensemble Shannon and the Clams, progetto derivativo fin dal nome, del tutto a proprio agio nel rivendicare più di chiunque altro un intento revivalistico nei confronti delle beniamine del pop vocale che seppero far transitare la carica del rock'n'roll nelle armonie melodiose dei “loro” pezzi da hit parade.

 

Questo Sleep Talk (terzo lavoro in studio della band) è il perfetto risultato di una ipotetica digestione delle Shirelles (per dirne una) da parte delle Vivian Girls: un pop vocale fuzzoso, spigliato, energico e punk, le cui radici sono però ben salde nei riferimenti originari, conservando un compiacente diletto nelle armonie vocali e nei ritornelli canticchiabili. Prendiamo You Will Always Bring Me Flower: un'anima squisitamente pop fatta transitare attraverso il rockabilly, il punk e l'indie, tra chitarre guizzanti e sfrigolanti e performance vocali di non poco conto. Ancora più smaccata nella sua operazione passatista troviamo Done With You e Sleep Talk, dove si ottiene un interessante ibrido tra ricerca melodica vocale e sporcatura sonora dal volto garage e lo-fi. Notevoli e spassosi sono poi gli inserti western-morriconiani presenti nella ballata Tired in Being Bad, mentre Oh Louie e Old Man Winter riportano in auge i singhiozzi di un Buddy Holly sotto anfetamine. Al tutto si aggiungono scalmanati pezzi punk come King of the Sea, pezzo che sembra sfuggito da un album dei Sonics, e la furiosa Toxic Revenge, trasformata nel finale in un putiferio di sax dal sapore no-wave.

 

Non tutto è perfettamente a fuoco (Half Rat, tra i pezzi più deboli e confusi dell'album), così come l'originalità della proposta è (volutamente) spesso oscurata dall'entità dei rimandi. Ma la compattezza del risultato e la dirompente carica della proposta riescono a svolgere una funzione di supplenza agli svantaggi sopra elencati, regalandoci un disco creativo e sfacciato e (non fa mai male) un ripassino di storia della musica pop.

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