R Recensione

6,5/10

Justin Timberlake

The 20/20 Experience

Sono sufficienti sette anni di attesa, che la produzione dietro al disco sia minuziosamente curata e l’immagine dell’artista cool e accattivante per riuscire a fare il boom di vendite in pochissimo tempo e ribaltare le classifiche di mezzo mondo? A quanto pare nel mondo del pop è possibile eccome. Parliamo nel caso specifico di una sorta di “pop hollywoodiano”, che ama ostentare un’eleganza plastica e un po’ finta, eccedendo talvolta in morbidi riferimenti all’R&B e echi di soul bianco.

Parliamo di Justin Timberlake e del solipsismo che vibra attorno alla sua ultima fatica, “The 20/20 Experience”, prodotto dal mentore di sempre, Timbaland, che segue e indirizza la popstar dai tempi di “Cry Me a River”. Marchio di fabbrica, anche in questo caso, è l’inconfondibile falsetto di Timberlake, che o si ama o si odia; sarebbe inutile cercare democratiche vie di mezzo.

Ma 20/20 si propone di essere qualcosa di più del solito disco di hit per le radio e per le ragazzine, è un progetto ambizioso, che rincorre sonorità originali e talvolta inedite per Timberlake, nel tentativo di sposarle con lo stile classy del cantante. In “Let the groove in” si fa infatti l’occhiolino a ritmi tribali e orientaleggianti, mentre “Don’t hold the wall” unisce alla sua natura propriamente catchy un calderone di sonorità mai così variegate e ben assortite tra loro, per cui si merita a pieni voti il titolo di brano più interessante del disco. Purtroppo, però, le magagne sono sempre dietro l’angolo: parliamo, ad esempio, della vera e propria litania che si imprime in testa già al primo ascolto con l’iniziale “Pusher Love Girl”, o delle banalità condite da archi e loop minimali per dare risalto al falsetto sottilissimo e perpetuato per la maggior parte del pezzo “Strawberry Bubblegum”.

D’altro canto, un compromesso tra le due parti lo si trova nel secondo singolo “Mirrors”, che richiama alla mente i trascorsi gloriosi di “Cry Me a River” ma, come il singolo di lancio “Suit & Tie”, pecca un po’ in carattere per poter riuscire ad avere la stessa incisività, e nelle due tracce contenute solamente nell’edizione deluxe dell’album: “Dress On”, ballad senza infamia e senza gloria, che sguazza carezzevole nel suo habitat soffuso e romantico con tanto di intermezzo hip hop, e “Body Count”, la quale, se fosse stata inserita nell’album come traccia ordinaria, avrebbe potuto conferire quel tocco di brio di cui 20/20 è carente. E l’eccessiva durata delle canzoni non è d’aiuto alla scorrevolezza del disco. Ogni pezzo dura dai cinque agli otto minuti, un azzardo ingiustificato per un disco pop. Perché in fondo, aldilà di tutte le influenze derivate essenzialmente dalla musica nera, “20/20” è pur sempre un album smaccatamente pop, e diluirlo con code di tre-quattro minuti per brano è un atto di furberia spicciola per cercare di conferire maggiore tono all’opera tutta. Ma concretamente 20/20 ne risulta semplicemente appesantito. Non credete, dunque, a chi vi parla di “The 20/20 Experience” come dell’album R&B del decennio, perché la maturità artistica di Timberlake non è ancora giunta a compimento, sebbene ci troviamo davanti al suo disco più audace ed intrigante.

Bisogna comunque riconoscergli la concreta volontà di non aver seguito la schiera di mode robo-trash che imperversano attualmente nel pop commerciale di tutto il mondo e di aver voluto mantenere una personale identità e una linea continuativa col proprio passato, non rinunciando ad un salto qualitativo notevole, opera forse più di un’iper produzione curatissima fin nei dettagli da Timbaland, vero e proprio fautore del successo di 20/20. 

V Voti

Voto degli utenti: 5,3/10 in media su 6 voti.
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loson 6/10
max997 7,5/10
salvatore 5,5/10
mavri 7,5/10
luca.r 0,5/10

C Commenti

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loson (ha votato 6 questo disco) alle 9:55 del 25 maggio 2013 ha scritto:

Il paradosso è che quasi ogni brano contiene elementi interessanti, purtroppo annacquati in uno svolgimento davvero troppo prolisso. Vuoi azzardare col minutaggio? Perfetto, ma 8 minuti di song (o dieci, venti, quaranta) bisogna saperli gestire. Aggiungiamoci il fatto che Timbaland non è più l'impetuoso rivoluzionario di quindici anni fa, ma suona invero piuttosto stanco e "ingessato" nei beat, e il danno è fatto. Ben altra storia era quella di "Cry Me A River", e lo dice uno che il Justin non l'ha mai sopportato. Menzione speciale per "Blue Ocean Floor", davvero bella e fuori contesto, per non dire "aliena" rispetto agli sviluppi odierni del pop mainstream (che a volte sono splendidi, altre volte irritanti).

salvatore (ha votato 5,5 questo disco) alle 10:53 del 30 maggio 2013 ha scritto:

Prolisso e noiosetto. Alla fine, dopo i primi tre/quattro minuti, passavo oltre. A mio avviso, quello che si chiama "il passo più lungo della gamba"!

mavri (ha votato 7,5 questo disco) alle 0:09 del 4 giugno 2013 ha scritto:

Non è il mio genere e non è un personaggio che adoro ma se parliamo di musica l'album è indubbiamente notevole. Almeno in questo caso il successo decretato dalla critica è meritato.