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R Recensione

7/10

Kaki King

Junior

Primo comandamento: non avrai altro Dio al di fuori di me.

Katherine, a suo modo, questo lo sa bene. A che divinità si sia effettivamente votata, però, non è dato saperlo. O forse sì: la sua inseparabile sei corde. Un’anima da Guitar Hero della suburbia cresciuta sotto l’ala protettiva degli LP di Beatles e Fleetwood Mac. Passione per la musica, la sua, a tal punto prorompente da esprimersi nell’attenzione maniacale dedicata al proprio strumento: volèe, virtuosismi, saggi di bravura contornati da una solida propensione alla melodia, spiccatamente prediletta alla sterile costruzione saggistica a partire da “Dreaming Of Revenge”, del 2008, dove emergeva chiaro e forte il desiderio prorompente di essere fermata, nella mente dei suoi ascoltatori, non solo come chitarrista prodigio, ma anche come cantautrice a tutto tondo dotata di mezzi e capacità per puntare alla grande platea.

Secondo comandamento: non commettere atti impuri.

Il primo pensiero di chi non conosce Kaki King, o si ferma alle leggende metropolitane che avvolgono, come un alone difficile da scacciare, la sua figura di strumentista, è legato inevitabilmente alla pedanteria che un’ostentazione della propria tecnica porta con sé. Un pericolo, in effetti, più volte corso, specialmente nelle prime prove, dove la ragazza di Atlanta preferiva non servirsi di collaboratori in maniera sperticata, con un uso, a dire il vero, piuttosto monodirezionale dei fari. Da un po’ di tempo, tuttavia, la musica è cambiata: in un senso e nell’altro. Circondatasi di una vera e propria band, ottimale nell’empire quegli spazi vuoti che il solo fingerpicking lasciava inevitabilmente scoperti negli album precedenti, “Junior” si apre con “The Betrayer”. Che la King non si consideri traditrice del proprio stile, con questa ritmica virata verso un colorato pop chitarristico, è messo bene in chiaro nell’attacco del ritornello: “And then I’ve become someone else, someone new”. Non contenti? “I did this to you, yes I did”. Beata sincerità. Una caratteristica, peraltro, che si ripercuote su buona parte dei pezzi successivi: suoni limpidi, chiari, ugualmente sofisticati ed orecchiabili (le liquide derive quasi Meat Puppets di “Spit It Back In My Mouth”, il malinconico shake brit di “Communist Friends”, l’imponente riff di “Death Head”).

Terzo comandamento: non desiderare la donna d’altri.

Non si prenda il riferimento in attinenza con le preferenze sessuali della King, ma lo si analizzi esclusivamente dal punto vista musicale. Nel transitare da una forma isolazionista di “musica per chitarra e animo sensibile” a questo nuovo e variegato spettro di sonorità pop rock, la chitarrista (e batterista) di Atlanta dimostra di aver assimilato le lezioni delle sue neo-colleghe, in particolare di quelle più abili nell’imporre la propria personalità in un contesto (quello “rock” generalmente inteso) popolato – magari anche abusivamente – prevalentemente da uomini. E così, Kaki King ha deciso di iniettare elettricità nelle corde del suo strumento e in quelle della sua voce, fino a raggiungere livelli emotivi vicini alla P.J. Harvey versione arena-rock del periodo “Stories From The City…” (ancora “The Betrayer”, splendida, con tanto di coda finale liberatoria); oppure di mettere le sue straordinarie capacità di musicista al servizio di brani “anthemici” (si perdoni il neologismo orribile) figli dei tardi anni ’90 ("Falling Day"); o - addirittura – di azzardare eteree melodie cantate in punta di voce (Kazu Makino è un fantasma dietro “The Hoopers Of Hudspeth”).

Kaki King è – oggi – un’artista in cerca di una nuova identità (gli scheletri folk di “Sunnyside”) ma consapevole di avere possibilità (compositive e tecniche) che le altre non hanno. Non ha bisogno di desiderare la roba d’altri.

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Filippo Maradei alle 0:08 del 22 settembre 2010 ha scritto:

Iniziano ad andare di moda le recensioni a quattro mani, bene bene

fabfabfab, autore, alle 9:31 del 22 settembre 2010 ha scritto:

RE:

Io sono a quota 3 ... fatevi sotto