Leisure
Plastic Soul
Qualcosa deve essere andato storto nella lavorazione del debutto dei Leisure, già battezzato “Plastic Soul” da un anno abbondante, cioè da quando cominciarono a girare su bandcamp i primi estratti del disco; qualcosa deve essere andato storto, dico, perché le foto di allora ritraevano una formazione a quattro, mentre le foto di questi ultimi mesi ritraggono una line-up a due. E c’è da dolersene, perché tutto il materiale più vecchio è eccellente: pop di una qualità superiore (e non di poco) alla media. Quanto è stato registrato più recentemente, invece, lascia traccia di qualche smarrimento. Equilibri spezzati? Ansia da prestazione?
La conseguenza, intanto, è stata il mezzo aborto promozionale che ha accompagnato il disco, pubblicato per ora solo in formato digitale e (conseguentemente?) ignorato dalla critica tutta. Nemmeno i numerosi blog che, a suo tempo, avevano seguito con attenzione la parabola ascendente della band se ne sono interessati. Sicché “Plastic Soul” si può considerare un album nato morto. Marginalissimo. Mezzo clandestino.
La metà buona, intanto, è da tenersi nell’iPod a vita. Si tratta di un pop raffinato, fatto di levigature che suonano più consonanti all'attuale scena inglese che a quella americana (i Leisure sono di Cambridge, ma una Cambridge nel Massachusetts). Dico Wild Beasts o Foals, ma persino si potrebbe arretrare a certi Pulp. Tastiere pulite, chitarre che ricamano col puntello sapendo poi il momento buono per dilatarsi, una voce venata di nostalgia, aiuti ritmici dall’elettronica, crescendo su melodie da far innamorare: “Follow Me” è così, e quando nella seconda parte scoda sulla batteria, con l'ingresso di un basso a balzelli buono per la pista, le si lascerebbe il permesso di durare all’infinito. Eccellente pure la sgranata “Green Light”, minimale nelle strofe, nonostante qualche sfregio di chitarra, ma poi screziata nel ritornello da strappi distorti che lacerano di un romanticismo disperato i vocalismi di Jed Rouhana. Bliss. Buoni, ancora, il brit-pop più strutturato di “The Invisible Hand” e la gloria di “Plastic Soul”, sei minuti di beatitudine pop, tra sax e tastiere spessissime. Il Destroyer di “Kaputt” è lì.
Un’America notturna e patinata, ne esce. Moooolto britannica, d’accordo. Smooth. Cose che vengono da lontane onde '80, nello stile, nella posa e persino nelle facce, da pischelli vampireweekendiani che però amano gli Wham. Peccato per la metà meno forte del disco, pur sempre intarsiata con grande eleganza, soprattutto nei rimpiattini tra sezione ritmica e chitarra: “Early Morning Skies” parte dagli Associates per arrivare agli Zulu Winter, e chissà perché non è stato incluso nel disco l'art pop caleidoscopico di "It's Alright on the Suez Canal", altra perla.
Resta che da questo accenno di grandezza può nascere una signora band. Tempo (libero) ce n’è.
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