V Video

R Recensione

7,5/10

Lily Allen

It s Not Me, It s You

Prima che il discorso degeneri nel vetusto periziare il pop in funzione dei bacini d’utenza, sgombriamo il campo dagli equivoci: il riuscito “It’s Not Me, It’s You” di Lily Allen non è un buona pietra di paragone per verificare lo stato di salute (che resta pessimo, nel caso ve lo foste chiesti) dell’odierno pop mainstream. Piuttosto una mosca bianca, istantanea “fuggitiva” di un modus operandi: di quando l’imprenditoria musicale (Brill Building, Atlantic, Motown) penetrava strategicamente il mercato senza sacrificare – anzi, esaltando – raffinatezza e qualità della proposta. Evirato il gigante pop, ormai incapace di dettare legge "uguale per tutti", è a dischi come questo che pare affidato il compito di scavalcare il settorialismo imperante e solleticare gusti/immaginari per quanto possibile eterogenei.

Ma veniamo alla musica. Se nel precedente “Alright, Still” (Regal, 2006) la regola era soffiare nuova linfa nel rocksteady (sangue giamaicano pompato in coronarie british), in questa nuova prova della Allen le sincopi grime e reggae mancano clamorosamente all’appello. Non aspettatevi quindi un altro hip-dub come “Shame For You”, né lo ska-soul alla panna montata di una “Smile”. Adesso, anzi, la disinfestazione dall’r’n’b può dirsi completa. Prodotto e co-scritto da Greg Kurstin dei The Bird And The Bee – uno che ha collaborato con chiunque: da Kylie Minogue a Peaches, da Britney Spears a Beck – “It’s Not Me, It’s You” sviluppa il discorso che la filastrocca “Alfie” (Broadway meets Sudtirolo?) aveva abbozzato tre anni or sono: eclettismo (electro)pop a un tempo futuristico e vintage, ugualmente fumettistico, ma oggi più adulto. Ne siano testimoni l’eccentricità di “Never Gonna Happen” (chanson francese con tanto di accordéon e rullanti da banda), il trionfalismo “spectoriano” di “Chinese”, la Carole King “d’electro-pop vestita” in “I Could Say” o i vortici dell’iniziale “Everyone’s At It” (immaginate i My Bloody Valentine compressi in cubetti di ghiaccio, potrebbe esservi d’aiuto).

Tutte canzoni solide, coloratissime, rigeneranti come un gavettone a ferragosto, beffarde come un testamento olografo redatto con inchiostro simpatico. Dove però la posta in gioco si alza – e di tanto – è nei singoli. “La più bella canzone mai scritta sull’eiaculazione precoce” ha sentenziato NME a proposito di “Not Fair”, e stavolta non ha esagerato (anche perché le canzoni su questo tema mica saranno migliaia, no?): puro kitsch ‘70s, country-pop “reloaded” e un video ambientato nientemeno che nel “trashissimo” Porter Wagoner Show, con tanto di galline, mucca, batterista scoglionato, etc. Addirittura epocale “The Fear”, il primo singolo: sottotesto cantautorale sommerso da strati e strati di tastiere filtrate in sibili d’angelo (qui Kurstin ha fatto il miracolo, anche se con il santino di William Orbit bello appeso al cruscotto della Mini). A completare il tris d’assi, ecco “22” e la sua cadenza Tamla imbarocchita da clavicembalo, piano ragtime e coretti alla Supremes. Irresistibile. Ovviamente le cadute di tono non mancano, specie in confessioni in punta di rhodes come “Who’d Have Known”, o in quella “Fuck You” che pure sembra partire in quarta, sgraffignando lo start pianistico (alzato di tono) a “Close To You” dei Carpenters, ma che presto degenera in uno spettacolino circense po’ fine a se stesso. Poco importa: di fronte ai tre capolavori succitati – due dei quali da inserire di prepotenza nella top 20 dei singoli del 2009, per quanto mi riguarda – si fa presto a chiudere un occhio. Quantificando: un 7 pieno, e forse qualcosina in più.

Ok, adesso Lily Allen. Insuperabile nel coprire di m***a gli ex boyfriend, svergognandoli tanto e più di quanto PJ Harvey sapeva fare ai suoi tempi (alla “You leave me dry” et similia), la ventiquattrenne enfant prodige del pop anglosassone si muove con la malizia propria di una donna indipendente ma fragile, agguerrita ma, per fortuna , incapace di scadere nel volgare. E dire che la ragazza ci prova: “I feel pretty damn hard done by/ I spent ages giving head” sospira esausta in “Not Fair”, constatando l’impossibilità di “resuscitare” il suo principe azzurro dopo una sveltina troooppo svelta. (Ormai ne sono convinto: la Allen potrebbe cantare la sceneggiatura de “Le Iene” e farla apparire come uno zuccherino.) Un mondo “Lily-centrico”, il suo, che però non esclude l’osservazione di personaggi di contorno, colti in atteggiamenti o pose epitetiche: il fratellino che fuma erbetta nella sua cameretta (“Alfie”), la nonna tirchia (“Nan You’re A Window Shopper”, sublime presa per i fondelli di 50 Cent), addirittura Dio in persona (“Him”) immaginato come fan dei Creedence Clearwater Revival.

E il trucco è ancora più disarmante, giacchè il quadro d’insieme non coincide con la realtà urbana di Londra, ma con una personale “Little Britain” in cui il vizio dell’autobiografismo ha preso pian piano il sopravvento. Anche qui urge una precisazione: in un’epoca in cui qualsiasi gallinella ossigenata sente l’esigenza di parlare di sé e della propria vita (al 90% dei casi insignificante) o sviscerarsi la psiche in confessioni tanto illuminanti quanto una puntata di Zelig, Lily Allen sembra l’unica ad avere davvero qualcosa da dire. Poi può dirlo anche male – vedi il rapporto col padre Keith Allen in “He Wasn’t There”, la tirata anti-Bush “Fuck You”, o ancora l’abuso di cocaina in “Everyone’s At It” (quest’ultima palesemente fraintesa, dato che di tutto si tratta fuorché di una predichina moralista) – ma non è questo il punto.

Nel video di “The Fear”, ad esempio, la si vede entrare in una roulotte e accedere, per tramite di essa, alla hall di un palazzo incantato: casa di bambole in cui Lily, come Alice attraverso lo Specchio, accarezza per la prima volta l’ipotesi di una realtà double-face (“I don’t know what’s right and what’s real anymore/ I don’t know what I’m meant to feel anymore”), e nella quale finisce per trovarsi prigioniera (consenziente). Ricchezza, paura del successo, consumismo: temi stravecchi, certo; persino “telefonati”, specie in relazione alla fatidica prova del “secondo album dopo un esordio multimilionario”, quello in cui bisogna redigere, per filo e per segno, le proprie reazioni dolorose allo stardom. Eppure la canzone lascia disorientati, incerti. Distante anni luce dalle sedute psicanalitiche “monodimensionali” di Pink, “The Fear” si misura con concetti quali il grado d’illusorietà del/nel reale, la sua manipolazione, l’artificiosità che oggi ci appare naturale, quasi biologica. La Allen teme l’oggetto del suo desiderio, ne percepisce la malignità, ma non riesce a costruire un’alternativa valida ad esso: “I am a weapon of massive consumption/ And it’s not my fault, it’s how I’m programmed to function/(…) Forget about guns and forget ammunition/ Cause I’m killing them all on my own little mission/ I’ll look at the sun and I’ll look in the mirror/ I’m on the right track yeah, I’m on to a winner”. Visti il testo e la catartica nebulosità dell’impianto musicale, “The Fear” può certo dirsi uno degli statement più coraggiosi e “negativi” che il pop ricordi.

C’è poi un’ultima, decisiva qualità che depone a favore dell’imputata Allen. Quella cosetta che manca a starlette finto-retrò come Amy Winehouse o a scherzi mediatici sullo stile di Katy Perry: il buon gusto. Oui, perché al di là delle marachelle che ormai integrano il linguaggio d’esibizione proprio della femminilità pop del terzo millennio (un presunto terzo capezzolo mostrato in diretta TV, le sbronze/sniffate con l’amata/odiata Kate Moss, la lite con Elton John dal podio dei GQ Awards: tutta robetta innocente, specie se paragonata al chirurgico esibizionismo di Madonna), Allen dimostra una stilosità irsuta ma defilata, piena di grazia. Sboccata, viziatella, carina e un po’ “tappa”: la ragazza evita accuratamente ogni accondiscendenza, ma la fa sempre con classe. E lasciamo stare Amy Winehouse, che la raffinatezza per frequentare i piani alti non l’ha mai avuta. Con la sua vocetta dal delizioso accento cockney, gracile ma “soulful”, senza orpelli o ghirigori nauseabondi, Lily Allen è l’ultima (anti)diva possibile. Impossibile non amarla. Come dite? Secondo voi è possibilissimo? Naa, non vi credo.

V Voti

Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 13 voti.
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rael 7/10
sarah 6/10
REBBY 5/10
Zorba 9/10
Lepo 7/10

C Commenti

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NathanAdler77 alle 14:41 del 13 luglio 2009 ha scritto:

"The Fear" è caruccia, un dream-pop di quarta mano, idem il simil country-liofilizzato e svenevole di "Not Fair". Però il progetto-Lilyna

è puro marketing discografico all'ennesima potenza: due stelline al Jacko '82 e tre e mezzo a 'sta shampista? Preferisco il talento cristallino di una Bat For Lashes, piuttosto.

REBBY (ha votato 5 questo disco) alle 8:47 del 14 luglio 2009 ha scritto:

La bella cover dei Clash su "Heroes" e la

stimolante rece del Los mi aveva creato

aspettative purtroppo non soddisfatte. Dopo

"disconi" e "discacci" ecco un "discuccio"(eheh)

Dice (quasi) bene Lily, Matteo, a proposito di

questo album: It is not (for) me, it is (for)you.

Roberto Maniglio alle 21:43 del 14 luglio 2009 ha scritto:

un video gira spesso su mtv e allmusic, addirittura di pomeriggio. Mi sembra roba adolescenziale...

sarah (ha votato 6 questo disco) alle 20:07 del 16 luglio 2009 ha scritto:

Ho sentito poco, ma mi ha lasciata un po' perplessa.....

loson, autore, alle 22:00 del 16 luglio 2009 ha scritto:

Vabbè, dai... Dimenticatevi di Lily, del disco e di 'sta recensione, che è meglio. Buona Any Winehouse a tutti. ;D

sarah (ha votato 6 questo disco) alle 1:52 del 18 luglio 2009 ha scritto:

comprato: direi qualche buono spunto, in fondo il mainstream oggi offre di peggio.

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 20:08 del 18 luglio 2009 ha scritto:

Bravo Matteo a sdoganarla, il disco è carino e meriterebbe un po' più attenzione (criticamente parlando, intendo).

Mr. Wave (ha votato 7 questo disco) alle 20:54 del 23 novembre 2009 ha scritto:

Disco piacevole, birichino e zuccheroso. Costantemente in bilico tra raffinatezza melodica, appariscenti trovate FM ed una sottintesa velatura kitsch, quest'ultima mai invadente. Una delle rare eccezioni del pop-mainstream odierno, a non cadere nella mediocrità e nell'insufficienza artistica. D'accordo con l'analisi di Loson.

Krautrick (ha votato 7 questo disco) alle 14:54 del 19 dicembre 2009 ha scritto:

Matthew, che ne pensi di "Back To The Start"?

loson, autore, alle 15:15 del 19 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

In effetti è bella forte pure quella. Electro-pop estremamente raffinato e cybernetico. Nel ritornello il pianoforte martellato mi ha riportato tanto alla house storica che alla dance appiccicosa dei primi '90... ;D Te pias?

Krautrick (ha votato 7 questo disco) alle 22:13 del 19 dicembre 2009 ha scritto:

E' la mia preferita del disco e infatti mi ha stupito molto non vederla manco nominata nella recensione...l'intro è roba che solitamente, conoscendoti, ti fa sbavare l'anima ;D

dalvans (ha votato 1 questo disco) alle 14:57 del 21 ottobre 2011 ha scritto:

Pattume

Pattume

Lepo (ha votato 7 questo disco) alle 12:10 del 10 gennaio 2014 ha scritto:

Qui era carina e faceva canzoni più che godibili (specie le prime cinque). Adesso è un botolo e fa canzoni di merda (per lo meno l'ultimo singolo lo è, speriamo non tutto il prossimo album) . C'è gross' crisi...