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R Recensione

7,5/10

Miguel

Kaleidoscope Dream

Miguel Jontel Pimentel, losangelino, classe 1986, è fra le nuove leve r&b uno dei nomi da tenere d'occhissimo. Già Pitchfork se n'è accorta, e gli ha lisciato il pelo come le piace fare ai suoi micioni preferiti (vedi l'altro nome caldo del 2012, quel Frank Ocean che con Pyramids ha forse azzeccato – e per la seconda volta - il singolo r&b che vale un'intera annata). Ma noi, ovviamente, di Pitchfork non ci fidiamo. Ci fidiamo piuttosto delle nostre orecchie, ché quelle non mentono (quasi) mai. E allora largo alla domanda di rito: com'è 'sto benedetto secondo album di Miguel? Risposta: una figata. Molto più figata del primo, almeno. Miguel azzanna l'r&b alla giugulare, se ne ciba come un leoncino imbrillantinato farebbe con la gazzella dagli occhioni dolci. Non è il prurito distruttore a guidarlo: soltanto il naturale/esiziale agire di un corpo affamato, desideroso di assorbire quanto più possibile dal reale (e dalla storia) per poi “restituire” – il termine espellere sarebbe stato un tantino sconveniente – un manufatto capace di brillare di luce propria.

E che luce... Kaleidoscope Dream (RCA, 2012) irradia un bagliore tremulo, sfocato, irreale. Fin dal primo singolo Adorn, a palesarsi è un connubio fra base synth-funk, sub-bass da elettroshock che “pestano” ad ogni quarto di misura, e il canto tutt'altro che addomesticato del pulzello rivelatosi puro distillato di emozione, debitore tanto del falsetto “mistico” di Marvin Gaye quanto della carica esplosiva di un Alexander O'Neal, grande interprete new jack swing di metà '80s (decade e genere ai quali Miguel guarda ossessivamente, rileggendo entrambi in chiave 2012). Il bello è che, andando avanti coi brani, si continua a gareggiare su piste mai scontate: siano esse la vertigine ovattata, sinistramente “synth-gaze” di Use Me (i M83 che si cimentano con l'r&b?), oppure gli aromi reggae che esalano da una ballata spacey come Do You Like... (“But do you like drugs? Do you like drugs? Well, me too...”), quando non l'alone psichedelico che avvolge due funkadelizie come la Title Track e Don't Look Back (il sample è da Time Of The Season degli Zombies), i bordoni di chitarra elettrica a sorreggere la marziale Thrill, la levità chill-out da tramonto sulla spiaggia che ci si figura ascoltando How Many Drinks?, o infine il breakbeat sincopatissimo di Where's The Fun In Forever? a scandire una fruttifera e per nulla zuccherosa collaborazione con Alicia Keys.

Poi, inaspettatamente, qualcosa s'incrina. Arch & Point non lascia il segno, e la successiva Pussy Is Mine tocca il fondo in quanto a cattivo gusto e sciattezza d'insieme (c'era proprio bisogno di questa ridicola ballatona per voce e chitarra?). Candles In The Sun prova ad aggiustare le cose, ma nonostante il suo innegabile pathos minimal (qualcuno ha detto Prince?) non riesce a far quadrare il cerchio. E dire che bastava sostituire le brutture con i due brani inediti dell'edizione deluxe per fare il capolavoro: il techno-pop allucinogeno di ...All e una Gravity sospesa fra bassi electro e coretti doo-wop. Semplice, no?

Semplice quasi quanto notare la lontananza percepibile tra il contemporary r&b di Miguel (qui anche autore e produttore principale) e l'hip-hop, inteso sia come linguaggio musicale sia come estetica. Lui non l'ammetterebbe nemmeno sotto tortura perchè la priorità, oggi come nel recente passato, è garantire l'interscambio tra i due generi, spesso con il secondo a fare da riserva d'ossigeno al primo. In realtà, più che all'hip-hop, col quale condividono al massimo vaghi retaggi ritmici e vocali, le nuove produzioni di Miguel guardano alla mutazione "ottantiana" che il soul ha dovuto imporsi per sopravvivere in un contesto antitetico rispetto a quello dei '60s e '70s, l'epoca che lo ha visto nascere e raggiungere il suo primo zenith. In più Miguel ha una capigliatura impossibile, un ciuffo simil-banana che pare sbucato direttamente dagli anni '50, veste col chiodo o completi raffinati e indossa occhiali da sole retrò 24/7, soprattutto after dark. Vogliamo definirlo l'antitesi del look street a cui il maschio r&b ci aveva abituati, da D'Angelo a Drake? Ma certo che sì. Ovvio, anche i b-boy hanno imparato a vestire elegante e a giocare al post-moderno pure nell'abbigliamento, ma in Miguel perdura, forse inconsciamente, la testarda volontà di scavalcare il grosso degli ultimi due decenni di musica black, preferendo egli riarredare (anzi: ripensare interamente la concezione degli arredi di) quella "synthosa" stanzetta '80s spesso dimenticata, lasciata in balia della polvere, che fu dei suoi genitori. Perfettamente inserito nella sua epoca, eppure fuori. Non a caso, il ragazzo tiene a ribadire la sua appartenenza a un preciso continuum storico: quello dei Marvin, dei James, dei Prince. Al tempo stesso gioca con le icone, come da consuetudine '10s, citando come influenze anche David Bowie, Phil Collins e Kanye West (dal quale riprende il guizzo fantasioso, l'approccio iconoclasta alla produzione). E, in mezzo a tutto questo, sforna un disco spettacolare (esordio in terza posizione nella classifica generalista U.S.A. e in prima nella R&B chart). Non è poco.

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C Commenti

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Filippo Maradei (ha votato 7,5 questo disco) alle 1:37 del 10 dicembre 2012 ha scritto:

Molto d'accordo anche qui con Matteo: disco-gioiello di fine anno. "Adorn" è adorabile nella sua scrittura certosina - tra i top singoli di questo 2012 - la base luccicante e il cantato perfettamente incastrato in questa (con quegli 'uuuuh' da sballo) incorniciano un pezzo semplicemente memorabile; poi c'è "Don't Look Back" e quel suo finale sui toni bassi col cambio di ritmo, con quel sample sci-fi da urlo (qui dicevi gli Zombies, Matt?), c'è "Do You...", più ariosa ed eterea, luminosissima, c'è "Kaleidoscope Dream" che è quasi blues-ballad con quel groove ipnotico, c'è "How Many Drinks" a ricordare certa r'n'b nostalgica... e ho trovato un sacco bella pure "Pussy Is Mine", mini guitar-session ridondante ma a suo modo intrigante e magnetica. L'unica a non convincermi per niente è l'ultima "Candles In The Sun", quella sì riempitiva, noiosa e abbastanza inutile. Insomma, pollice su con decisione, mi è proprio piaciuto.

loson, autore, alle 13:12 del 10 dicembre 2012 ha scritto:

Bella lì, Fil. In "Don't Look Back" il sample degli Zombies si sente nelle strofe: è un frammento del giro di batteria originale, con cui hanno costruito il loop principale. Molto old-school e retrò, insomma. Ah, e a 3'30'' quando il pezzo sfuma in quella sublime coda psichedelica, Miguel canta - su una melodia completamente differente - il testo della seconda strofa sempre di "Time Of The Season", a partire da "What's your name? Who's your daddy? Is he rich like me?" etc etc...

fabfabfab alle 13:43 del 22 maggio 2013 ha scritto:

scusate, dovevo.

loson, autore, alle 13:56 del 22 maggio 2013 ha scritto:

Marò, una l'ha proprio stesa... XD