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R Recensione

7,5/10

Moltheni

Senza Eredità

Uscito sul finire del 2020 e passato quasi inosservato, “Senza Eredità”, il disco con cui Umberto Maria Giardini riprende in mano per l'ultima volta il progetto Moltheni, merita di essere recuperato. Il lavoro racchiude un anno di ricerche in vari archivi di materiale composto a partire dagli esordi del 1998 e che non aveva mai visto la luce, ripercorrendo il percorso di Moltheni dall'incontro con Francesco Virlinzi della Cyclope Recods a quello con Enrico Molteni de La Tempesta, raccogliendo undici gioiellini pop scritti dalla mano di uno dei più brillanti autori italiani. Materiale che viene qui rivisto e completato, mantenendo le sonorità tipiche degli anni ’90.

Quelle stesse sonorità che fecero di Moltheni una delle voci più belle e interessanti della musica italiana del periodo, diventando uno dei nomi di punta del cosiddetto Nuovo Rock Italiano. Sonorità che ritroviamo in alcune ballate elettriche molto belle come “Il quinto malumore”, una splendida canzone d'autore pop con le chitarre elettriche in evidenza, la più ritmata “Ieri” o la classica rock ballad “Me di fronte a noi”, composta nel 1999.

Ritroviamo nel disco anche il lato più introspettivo di Moltheni con alcune bellissime ballate acustiche, come la lenta Sai mantenere un segreto?”, la poetica “Spavaldo”, l'intima “Nere geometrie paterne”, l'intensa “Estate 1983, con cui riesce a rievocare il periodo dell'adolescenza con poche frasi, quasi fossero delle cartoline, delle istantanee da un album di foto. Tra queste, spicca la splendida “Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti”, con cui l'autore colpisce ancora una volta per la capacità di scrittura e per l'intensità che raggiunge utilizzando poche e semplici frasi. Pochi autori italiani usano le parole con la grazia e la profondità di Umberto Maria Giardini.

Non manca il lato più pop, da sempre punto di forza del progetto Moltheni, un pop di classe, che deve molto al miglior sound inglese degli anni ’80, il cui eco si ritrova in “Ester”, una canzone d'amore originale dedicata alla madre, e in “Se puoi, ardi per me”, quasi la prosecuzione del brano precedente in scaletta, “Il quinto malumore. Se in quello si trattava del primo amore adolescenziale, quello che arde, qui troviamo l'amore che fa male. Con “La mia libertà” si punta ancora più in alto: una ballata dolce, con la voce che accarezza le parole, e che sul finale si apre in un arrangiamento pop di classe come solo i grandi del genere hanno saputo fare. Azzardiamo due nomi? Scott Walker e Lucio Battisti.

Con la preziosa collaborazione di molti ottimi musicisti amici, tra i quali Massimo Roccaforte, Riccardo Tesio, Egle Sommacal, Carmelo Pipitone ed Emanuele Alosi, Umberto Maria Giardini scrive qui la parola fine del progetto Moltheni, un progetto che per l'autore rimane senza eredi. Il fatto che Moltheni / Giardini in oltre venti anni di carriera non sia riuscito a ottenere il successo popolare che merita, resta invece uno dei più imperscrutabili misteri della discografia italiana.

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Voto degli utenti: 6,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:18 del 4 marzo ha scritto:

Devo dire di non sapere ancora bene cosa pensarne. Da un lato mi fa molto piacere risentire Giardini nei panni di Moltheni, anche se solo alle prese con vecchi inediti e per esclusive esigenze completistiche. Dall'altro, tuttavia, mi pare che la disomogeneità interna di questa scaletta rifletta bene il valore altalenante dei pezzi proposti, specialmente a livello musicale (Me di fronte a noi per me è davvero un episodio minore). Rimane il dispiacere, che condivido, per la scarsa eco suscitata da una raccolta del genere. Riprendendo la tua chiusura, sospetto che il carattere corrusco di Giardini e certe elitarie astrattezze della sua lirica abbiano tarpato le ali non poco ad una sua maggiore "popolarizzazione" (che avrebbe certo meritato).