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R Recensione

8,5/10

Franco Battiato

Battiato

Nel primo album per la Ricordi il concettualismo di Battiato si fa rigorosissimo e autorevole. È composto da due soli pezzi: sul lato A troviamo “Zâ”, un componimento per pianoforte di venti minuti che Franco Battiato commenterà così: «Apparentemente povero. Quasi completamente formato da un accordo. Volutamente percussivo (non vi viene mai usato il pedale di destra), divide e sottrae risonanze, con una tecnica di rilascio. Ha bisogno di un ascolto che definirei meta-analitico, a favore di una non-spazialità atemporale». Sul lato B c’è “Cafè-table-musik”, di circa diciannove minuti: «Questo pezzo della regressione europea è una specie di collage orfico; pieno di sostituzioni, manipolazioni, citazioni false, o meglio: copie originali. La scala di pianoforte diventa melodia, l’esercizio di voce sentimento».

” è composto quasi interamente da un solo accordo – con poche variazioni – che si ripete a ritmi differenti durante il brano, ognuno con una certa regolarità. La traccia è suddivisibile in alcune parti a seconda dell’accordo utilizzato, che varia leggermente. Questo componimento si dimostra essere un austero esempio di minimalismo (che nel mondo era stato sviluppato da Steve Reich e Terry Riley); l’addizione dei suoni operata dal pianista Antonio Ballista è precisa ed ordinata e mette l’ascoltare alla prova: sta infatti a lui capire variazioni, accenti e dettagli tecnici.

È possibile far risalire “Zâ” ai grandiosi “Momente” (1962-69) di Karlheinz Stockhausen dove il fulcro ruotava attorno alla forma-momento, ovvero all’amalgama di velocità, timbro, pitch ecc. in grado di rendere l’avvenimento dell’attimo, dell’istante. Anche nel componimento battiatiano non si glissa sul tema delle interazioni dinamiche genitrici del momento stesso, e non si elude il problema circa le reminiscenze che un momento genera in quello successivo. Nell’opera di Stockhausen e in quella di Battiato, infatti, ogni frammento porta in sé ricordi di quello precedente, e così via fino alla fine. Si vengono quindi a sovrapporre i concetti analogici di cambiamento e rinnovamento, tanto che le possibilità intraviste in “Zâ” sono infinite, cosicché quest’opera risulta solo come una probabilità incidentale.

“Cafè-table-musik” offre invece altri spunti di riflessione intellettuale e artistica. Innanzitutto gli scherzosi coffee table books di Marcel Proust; poi i nonluoghi di Marc Augé, teorizzati nel 1992; infine i tableau piège di Daniel Spoerri, creati a partire dal 1960: oggetti trovati casualmente in situazioni di disordine o di ordine vengono fissati al loro supporto esattamente nella posizione in cui si trovano, a cambiare è la loro posizione rispetto all’osservatore. In quest’ambientazione di musica-colore regna sovrana la decontestualizzazione duchampiana, rintracciabile ad esempio nell’esclamazione: «…Aranciate, panini, birra…» che, tolta dal suo contesto d’uso ed immersa nel discorso lirico, perde, in base a una non consequenzialità logica, il suo senso vecchio «per passare dall’emisfero semantico a quello musicale più semantico: libertà dal conosciuto per il conosciuto».

La convincente voce della soprano Alide Maria Salvetta, che ritroveremo anche nel disco successivo, e i suoni prodotti in studio dal compianto Claudio Rocchi, generano una perfetta astrazione dalla realtà dei singoli momenti sonori. Come afferma l’autore stesso: «[In “Cafè-table-musik”] vi è una realtà rappresentata presso un teatro immaginario». Seppur permeato da un fervido concettualismo, Battiato non si sottrae comunque al neoclassicismo, con melodie meravigliose ed enigmatiche negli spezzoni pianistici di Ballista, toccanti e suggestive quando si spostano sulle corde vocali della Salvetta.

Battiato” del ‘77 è questo: un disco amusicale, un dipinto adescrittivo, un’installazione disinstallata, un film in bianco e bianco muto. Questo disco è come una galleria d’arte stracolma di visitatori ma con le pareti spoglie, dove ognuno è costretto a guardare l’altro e questa stessa indagine tra esseri umani diventa l’oggetto artistico.

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Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 3 voti.
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boskizzi 8,5/10

C Commenti

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mendustry, autore, alle 17:15 del 3 maggio 2014 ha scritto:

Io avevo indicato come genere "Minimalismo". Non ho idea cosa c'entri questo disco col "pop italiano". Mah...

Lepo alle 20:20 del 3 maggio 2014 ha scritto:

Qualunque sia il genere, mi ricordo che lo trovavo di una palla unica qualche anno fa, però devo dire che è da un bel po' che non lo ascolto

ThirdEye (ha votato 5 questo disco) alle 19:50 del 28 novembre 2016 ha scritto:

Pur adorando il primo Battiato [considero "Fetus", "Pollution", "Sulle Corde di Aries" e "Clic" 4 piccoli capolavori l'uno dopo l'altro...] qui a mio avviso quella linea che separa sperimentazione e presa per il culo si fa davvero invisibile. Una sorta di "Metal Machine Music" nostrano. Non riesco a dargli un voto. Idem per "M.elle le Gladiator" e "Juke box"...

boskizzi (ha votato 8,5 questo disco) alle 12:26 del 27 marzo 2017 ha scritto:

E' uno dei miei album preferiti, ma capisco come possa essere spiazzante. Lo scorso anno, ad un mercatino del disco, quando chiesi se avevano il vinile, mi sentii rispondere "Uno dei più brutti album di Battiato". De gustibus!