R Recensione

7/10

Fiery Furnaces

I m Going Away

Tesoro, mi si sono ristretti i Fiery Furnaces. Sono diventati i White Stripes!

Se dovessimo sbolognare l’intera recensione per una sola gag da tv dei ragazzi, potrebbe essere questa. Anche perché comunque, tra il demenziale e il faceto, c’è un po’ del vero. Il gruppo dei White e quello dei Friedberger sono stati sempre legati da una fitta rete di rimandi, analogie, antinomie. Fin dal lontano (?!) 2003 quando i Fiery Furnaces esordiscono con Gallowsbird’s Bark e la moda del power duo è già zeitgeist e Seven Nation Army imperversa nel fulgore della sua prima giovinezza (ignara del ritorno di fiamma di tre estati dopo, grazie a Cannavaro & soci). Stessa accoppiata un po’ ambigua e misteriosa di finti amanti/ex coniugi/fratello & sorella. Stesso ripescaggio dallo scibile più robusto e tradizionale del rock anglo-americano. Ma un approccio completamente diverso: da una parte minimalismo pre-rock, essenzialità senza fronzoli, botte fulminee e agguati “strofa-ritornello-ponte-strofa-ritornello”, dall’altro un collage ipermusicale che incastrava con maestria da cubo di Rubik cambi di tempo, fonti armoniche spiazzanti, generi agli antipodi (avant, prog, opera, vaudeville, roots e…boh?) in flussi di forma e sostanza che eccedevano senza problemi lo spessore dei dieci minuti.

Uno stile che, pur fra alti e bassi, addizioni e sottrazioni, ma sempre sostenuto da una creatività torrenziale e a tratti persino soverchiante (per l’ascoltatore che cercava di tenere il passo con i loro dischi al limite della capienza tonda sfornati con cadenza annuale, per il recensore chiamato a corrispondere a cotanta mole con un’equanime generosità d’acume e di parole), s’è rivelato una costante per la band di Brooklyn. Almeno fino ad oggi. Perché questo I’m Going Away, tenendo fede, in parte, all’avvertenza/minaccia del titolo, dà una bella rimescolata alle carte in tavola anche se non fa saltare il banco. Dodici canzoni bonsai (per i loro standard, in realtà normali, anzi qualcuna persino un po’ più lunghetta della media) in quarantotto minuti scarsi di musica che proiettano la doppia F verso una classicità pop-rock anthemica e tipicamente americana, squassandola e strizzandola nel ventre molle con fratture, accelerazioni, deviazioni, specialmente ritmiche, ma suturandola con riprese impeccabili e chiusure in perfetto orario.

Così la title-track applica ad una matrice garage e distorsiva break improvvisi e ficcanti da vaudeville futurista; la lenta ed avvolgente Drive To Dallas diluisce un misto di torch-song e highway-song non senza concedersi un vorticoso assolo da can-can verso metà; Cut The Cake, matrilineare, insiste sulla stesso canone pop eppure non rinuncia alla ritmica leggermente jazzata e alle entrate col contagocce di una chitarra stridula e perturbante; e allo stesso filone pop-rock deluxe si ricollega Lost At Sea. Ma l’eclettismo è pur sempre uno dei piatti forti di casa Friedberger ed Ellen e Matthew (anche produttore) sanno come variare il menù: Charmaine Champagne, punta al cabaret aspro e tagliente con sottotracce di rock’n’roll alla Chuck Berry; una broadwayana Ray Bouvier esibisce chitarre epiche e sgargianti su piano classico; Staring At The Steeple mulina un riff pesante, da hard-rock quasi teatrale, fra sventagliate e intermezzi jazzati; Keep Me In The Dark si adagia su inflessioni funk ma trascolora il tutto con sonorità di chitarristiche sature ed esagerate, al limite del pomp. E dulcis in fundo: il duetto da piano-bar di The End Is Near, il febbrile show recitativo della voce di Ellen in Cup & Punches, frastagliata di controtempi, col piano boogie percussivo, il basso enfio e distorto, rumori e tocchi elettronici in coda e Take Me Round Again, vaudeville da cinema muto virato in cadenze folk e ripartenze ballabili anni 50.

Un benaugurante biglietto da visiti per nuovi (ma per fortuna anche vecchi) Fiery Furnaces. Un disco che potrebbe rilanciarli presso chi, per mancanza di voglia o di tempo o di tutt’e due, finora non se l’era mai sentita di sentirseli.

 

Sito Ufficiale: www.thefieryfurnaces.com

Myspace: www.myspace/thefieryfurnaces

Video:

- "I'm Going Away" (live, Cleveland, 2009): http://www.youtube.com/watch?v=QQYreifkOtA

- "Cups & Punches": (live, NYC, 2009): http://www.youtube.com/watch?v=11MqOuhKMwA

- "Charmaine & Champagn" (videoclip): http://www.youtube.com/watch?v=KQIvXptYD1k

- "Lost At Sea" (audio): http://www.youtube.com/watch?v=z7SM2lCIklc

- "Staring At The Steeple" (live, Cleveland, 2009) : http://www.youtube.com/watch?v=6ZMkUIy8pvA

- "Take Me Round Again" (live, Cleveland, 2009): http://www.youtube.com/watch?v=MYITwEgJKKU

- "Drive To Dallas" (live, Cleveland, 2009): http://www.youtube.com/watch?v=KwvSQHHaZTc&feature=related

 

 

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 8 voti.
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babaz 8/10
REBBY 8/10

C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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tarantula (ha votato 3 questo disco) alle 13:18 del 16 agosto 2009 ha scritto:

Non, non ci siamo proprio! Non è che mi dia fastidio la mancanza della solita eccentricità: anche un disco più lineare poteva essere un buon disco ma qui mancano completamente melodie degne di nota! Spero sia solo un passo falso perché considero i Fiery Furnaces un dei migliori gruppi di questi anni.

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 16:19 del 2 settembre 2009 ha scritto:

Mah, io invece sono d'accordo con la "lettura" di

Simone (anche per quanto riguarda gli accenni al

passato). I Fiery furnaces si sono "normalizzati",

nel senso che ci propongono brani dalla struttura più tradizionale (all'interno di una "classicità pop rock antemica e tipicamente americana") senza

rinunciare però alle loro bizzarre "invenzioni" e

ai loro caratteristici arrangiamenti. E' il loro

album più pop che alcuni critici in passato auspicavano e mi sembra, almeno al momento, riuscito e zeppo di buone canzoni.

bill_carson (ha votato 7 questo disco) alle 11:11 del 12 gennaio 2010 ha scritto:

alcune ottime canzoni, ma nel complesso lascia un pò a desiderare

Si son normalizzati, volevano dimostrare di sapere scrivere anche canzoni più convenzionali e direi che con pezzi come Lost At Sea ci son riusciti, però il problema del disco è che le canzoni sembrano avere tutte lo stesso identico "feel", il piano sembra sempre uguale e

rischia d'essere noiosetto.

Drive To Dallas comunque merita e in generale prese singolarmente i pezzi son tutti abbastanza buoni.

La copertina è la chiave per capirlo: i colori sono quelli del caffèlatte e in effetti il sound sa un pò di road-trip un pò di caffetteria losangelina.

Sempre stima per loro.