V Video

R Recensione

4/10

Freebass

It's A Beautiful Life

Nato durante una serata ad alto tasso alcolico - come spesso capita alle cose migliori -, il progetto Freebass sembrava dover sfociare, fin dal lontano 2005, quando per la prima volta fu annunciato alla stampa, in una grandissima figata. L’idea in effetti era gustosa, con un tocco di provocazione: mettere assieme una band di soli bassisti, alla facciaccia di chi li ritiene figure accessorie, soprattutto nelle pieghe pop rock più vulgate. Se poi si considera che l’idea nasceva dalle menti di Peter Hook (Joy Division, New Order), Gary ‘Mani’ Mounfield (The Stone Roses, Primal Scream) e Andy Rourke (The Smiths), c’era solo, nell’attesa, da leccarsi i baffi.

No, dico: letti i nomi delle band? Se si dovesse ridurre la storia della musica inglese del ventennio 1978-2000 a pochi nomi, si potrebbe tranquillamente scegliere quelli. Proprio la sopravvivenza inerziale di New Order e Primal Scream avrebbe spinto Hook e Mani a fondare i Freebass, con entusiasmi inizialmente quasi bellicosi e con l'intento di fare un disco di 15-16 pezzi che, nella mente di Hooky, avrebbe dovuto sbaragliare l’uscita parallela dell’altro New Order Bernard Sumner (con cui era giunto ai ferri corti e alle minacce legali) nella nuova veste dei Bad Lieutenant. E invece i tempi dei Freebass si sono prolungati, mentre i Bad Lieutenant pubblicavano un disco di rockettino reazionario (“Never Cry Another Tear”) poco più che scadente.

Gestazione più lunga per un risultato migliore? Magari. “It’s A Beautiful Life”, deludendo chi sperava che dai Freebass potesse uscire qualcosa di più innovativo, è un penoso lavoro di pop rock da casa di riposo. L’album, per il momento, è disponibile solo per il download, ma vedete voi se valga la pena scaricare dieci pezzi muffosi, in chiaro odore da crisi di mezza età, figli del brit-pop più bieco e rozzo, prodotti con suoni di serie C, cantati da una voce insipida e vacua (Gary Briggs), melodicamente quasi nulli. Non c’è redenzione in questo album. La presenza dei super-bassi si annacqua in un rock stantio dove spesso a prevaricare sono chitarroni decrepiti (“World Won’t Wait”, “Lady Violence”, “She Said”) o riffettini che possono al massimo essere graditi come sfondo dal barbiere (“Not Too Late”, “The Only Ones Alone”).

Pochissimi i giochi di sovrapposizione tra i bassi, con quello tipicamente ‘alto’ di Hook che sovrasta a mo’ di chitarra le evoluzioni sottotraccia volentieri distorte di Mani, mentre a Rourke toccano i toni medi: bello il risultato in “Secrets And Lies”, i cui primi trenta secondi sono senza dubbio la cosa migliore del disco. Per il resto, sentire in mezzo a queste atrocità le linee aeree di Hook provoca soltanto un’infinita tristezza, e così all’attacco di “Kill Switch Pt. 141” può venir voglia di riascoltarsi “Atmosphere”, mentre a sorbirsi lo scolastico stile reggaey di “Stalingrad” si prova nostalgia per le atmosfere balneari di un “Republic”.

Da questi tre cinquantenni era lecito attendersi molto di più, tanto che il disco non delude solo in rapporto al glorioso passato di chi l’ha scritto, ma anche in termini assoluti: fa proprio schifo, punto. E dispiace constatare un’ovvietà: che c’è chi invecchia bene e chi no. Loro no.

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

loson alle 12:16 del 11 giugno 2010 ha scritto:

Un'ascoltatina era obbligatorio concederla, visti i personaggi coinvolti. Ma la delusione - ben esternata da un Target insidioso e maligno come non mai ;D - era prevedibile. Sacrosanta stroncatura per una disco che già da ora si candida a ciofeca dell'anno.

target, autore, alle 11:50 del 12 settembre 2010 ha scritto:

Leggo ora che la band si è ufficialmente sciolta. Il disco avrà, comunque, anche una pubblicazione fisica, il 20 settembre. Premio per la patacca dell'anno confermato.