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R Recensione

6/10

Gaz Coombes

Here Come The Bombs

La notizia dello scioglimento dei Supergrass, ufficializzata dalla band nel 2010 con una serie di quattro concerti di commiato dai fan, ha chiuso una delle pagine più importanti del brit-pop degli ultimi vent’anni, anche se voci di reunion sono, come d’abitudine, insistenti.

Non è questo lo spazio consono all’analisi dei dischi di questa fondamentale band britannica, al contrario ecco spuntare il primo lavoro solista del frontman nonché leader dell’ex gruppo di Oxford: Gareth Coombes in arte Gaz.

Praticamente tutti i brani della discografia dei Supergrass portano anche o solo la sua firma. Eccellente chitarrista e vocalist ma anche raffinato polistrumentista, Gaz Coombes dopo un paio d’anni di laboratorio ha svelato questo breve “Here Come The Bombs” (dura meno di quaranta minuti) e che svela a tratti un lato differente da ciò che gli amanti del gruppo di “Alright” erano abituati ad ascoltare.

Il disco è co-prodotto da Sam Williams che già fu della partita nell’eccellente e fondamentale album d’esordio dei Supergrass: “I Should Coco”. Le atmosfere e le tematiche sono più vicine alle ultime più cupe ed introverse produzioni dei Supergrass più che a quelle più spensierate e irriverenti dei fortunati esordi.

L’iniziale e riservata “Bombs” con chiari riferimenti ai fatti accaduti in Libia recentemente intessuta di miscugli di beat elettronico, mellotron ed effetti vari sui quali veleggia la sempre splendida voce di Gaz, testimonia immediatamente la menzionata riservatezza stilistica. Si torna su ritmi più familiari con “Hot Fruit”,singolo scelto come traino promo dell’album, a far battere il piedino a tempo. Riff di chitarra più rividi e vigorosi in evidenza, corredati anche da un gustoso ancorché oscuro videoclip. Curiosità, la casa discografica che pubblica questo disco porta lo stesso nome del brano.

Stesso concetto e medesimo piacevole interesse per “Simulator” altra hit trascinante e vigorosa.

Più frammentata e disuguale è “Whore” con gustosi ritmi elettronici e asincroni che si alternano a determinati intermezzi hard. Ancora risolute rotazioni in “Sub-Divider” che già dal titolo comunica della fusione tra due brani letteralmente “suddivisi”. Un presumibile collage di due idee non compiute ma congiunte tra loro, senza neanche troppi sforzi dopo un minuto e trentasette secondi. Il primo passo è più eccitante seppur maggiormente riflessivo e pacato in rapporto ad una seconda parte più coinvolgente e rapida ma meno succosa. “Universal Cinema” è il pezzo più lungo del disco, intorno ai sei minuti. Anche in questo caso dopo un’acustica ma cadenzata fase iniziale si entra nel vivo con ritmi più pesanti ma decisamente policromi.

Tralasciando“White Noise” perché fermamente  - Supergrass - , il che non è affatto un difetto, si segue il disco con l’intrigante collage elettronico della dolce e sintetica “Fanfare” che si ripete in parte ma con fasi più rapide e rockeggianti nella quasi dancefloorBreak The Silence”. Spazio, in chiusura di disco, al breve ma niente più che cordiale “elettroesercizio” di “Daydream On A Street Corner” ed alla dolce e profonda ballata “Sleeping Giant” certamente ancorata ad alcune delle prove più intime del repertorio del gruppo inglese.

In definitiva Gaz Coombes ha sfornato un disco d’esordio con luci ed ombre. Molto gradito il tentativo di fondere le ritmiche più speed-rock dei classici e noti brani della sua ex band ad inserti elettronici che poche volte hanno fatto capolino nei brani della band di Oxford. Non in tutti i pezzi l’esito è risultato pregevole e riuscito. Un certo scollegamento permea l’intero disco quasi come se un fondo d’indecisione circolasse nella mente dell’istrionico Gaz Coombes che resta in ogni caso artista vero e di notevole caratura.

 

 

 

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ThirdEye alle 19:55 del 20 ottobre 2012 ha scritto:

Non sapevo dell uscita in solitaria di Gaz, ma, sinceramente, non mi attira poi chissà quanto. I Supergrass vantano un solo ottimo album a mio vedere, tra molti carini e nulla più, che risponde al nome di "In It For The Money", invero uno dei dischi più fighi della cosiddetta stagione Brit Pop.