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R Recensione

7,5/10

John Lennon

Walls And Bridges

Concepito e realizzato nel cosiddetto “Lost Weekend”, compreso tra la fine del 1973 e l'inizio del 1975, Walls and Bridges rappresenta pienamente, come ogni disco di Lennon, una diretta testimonianza del suo momentaneo stato in essere, scisso a grandi linee tra momenti di scoramento, rassegnazione e positiva accettazione. Lo stesso titolo suggerisce queste polarità incrociate, riproducendo claustrofobia (i muri) e desiderio di evasione (i ponti). 

Il brano capace di sintetizzare e rappresentare al meglio le anime del disco è #9 Dream : l'intro, dominata dalla chitarra celestiale di Jesse Ed Davis (emule di George Harrison nell'occasione), crea un'atmosfera sospesa, la quale trova raccordo con un testo fortemente onirico, culminante nel richiamo a “due spiriti danzanti”. Inconsciamente o meno, Lennon replica in musica una complessa situazione personale che lo vedeva separato affettivamente e fisicamente dalla moglie Yoko Ono ed in stretti rapporti con la giovane amante – assistente May Pang, colei che nel brano sussurra spettralmente a Lennon. 

Le due donne della sua vita sono i due spettri del sogno (non casualmente Lennon si domanda “ Was it in a dream, was it just a dream?/ […] Seemed so very real to me”). Proprio questo amore controverso è il filo conduttore generale del disco, senza però ispirare una soluzione apparentemente catartica, come nell'elaborazione circolare del lutto materno tentata in “Plastic Ono Band”. La traduzione in musica non fornisce all'autore chiavi di via d'uscita, limitandosi a valevole cronaca, ma al contempo non lascia, sempre a differenza del passato, messaggi espliciti in cui l'ascoltatore potesse identificarsi. 

Accade quindi che l'esordio in “Going Down Of Love” risulti essere tanto disperata e cinica quanto la chiusura ufficiale del disco, la ballata “Nobody Loves You When You're Down And Out”, forse eccessivamente caricata con un pomposo sottofondo orchestrale e cantata con tono rauco e dimesso (senza però rinunciare alla consueta ironia finale: “ Sono tutti felici per il tuo compleanno/ Tutti ti amano quando ti trovi sei piedi sotto terra”). 

Nel mezzo trovano spazio, oltre alla già citata “#9 Dream”, momenti più elettrizzanti, come “Surprise, surprise (sweet bird of paradox)”, dedicata all'amante May Pang, oppure “Whatever Gets You Thru The Night”, inno alla pacifica e gioiosa accettazione dell'imprevedibile nella vita, supportata da un turbinoso assolo di sax di Bobby Keyes in un arragiamento saltellante, frutto della collaborazione con Elton John

E mentre “Bless You” emana ancora radiosi messaggi positivi, questa volta indirizzati alla lontana Ono e “Old Dirt Road” brilla di leggera mestizia, le successive “Scared” e “Steel and Glass” vibrano invece di solitudine e misantropia, specialmente la seconda traccia, veemente attacco, neanche troppo velato, al suo futuro ex – manager Allan Klein, riproponendo in questo modo uno schema d'invettiva personale già sperimentata a danno di McCartney, in “How Do You Sleep?”, sull'album del 1971 “Imagine” . Fedele all'idea di una musica specchio del sé, Lennon realizza quindi un disco intimista e sincero, il quale per essere compreso ed apprezzato necessita di approfondite conoscenze più dell'uomo che dell'artista, rifuggendo possibilmente inutili etichette, quali “pacifista” o “hippie” , ma valutando unicamente la sua grande umanità, assillata da contraddizioni e problematiche lontane da qualsiasi status symbol associabile ad una rockstar.

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pantabellidiritti (ha votato 9 questo disco) alle 22:27 del 7 agosto 2015 ha scritto:

Credo sinceramente che questo sia uno dei più chiari e assolutamente godibili esempi della caratura di John Lennon. Adoro ogni nota di quest'album, mi prende e mi fa calare in un'altra dimensione.