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R Recensione

7/10

Regina Spektor

Remember Us To Life

Esistesse un premio per la musicista con il sorriso più bello del mondo, Regina Spektor potrebbe facilmente ambire alla vittoria finale. Nella donna riservata che è oggi Regina hanno sempre convissuto la timida ragazzina figlia di immigrati russi e la sfrontata, risoluta ribelle arty: tant’è che verrebbe quasi voglia di entrare nello schermo ed abbracciarla, mentre parla radiosa della sua recente maternità (ha avuto nel 2014 un figlio dal marito Jack Dishel, già chitarrista dei Moldy Peaches) o si sottopone al fuoco sfrontato di domande di Evgenij Dodolev, su Moskva 24. Ma poi tornano in mente le sue bizzarrie, le teatrali esibizioni nella Downtown newyorchese, le bacchettate al piano e le schegge punk rock a bassissima definizione, e si finisce per rimanere a metà strada: andare o non andare? Lo stesso con i dischi del suo secondo periodo, dal groundbreakingSoviet Kitsch” in avanti: il discreto “Begin To Hope” che le diede grande visibilità su scala mondiale, il capolavoro di pop estroso ed inquieto di “Far”, il raccogliticcio e non troppo fortunato “What We Saw From The Cheap Seats”. E oggi, con “Remember Us To Life”?

Ho letto, da qualche parte, che non c’è nulla di più démodé che ascoltare Regina Spektor, una chanteuse sbocciata in un’epoca che, per le donne dietro ad un pianoforte, non appare certo fra le più felici. È la stessa autrice, in una drammatica confessione a cuore aperto, a confidare la propria inattualità: “This is how it feels right now / Obsolete manuscript / No one reads, no one needs / Useless part / This useless heart / Useless art / What am I? Why am I / Incomplete? / Obsolete”, canta Regina Il’ična in un espanso frammento autobiografico incentrato su di un’intensissima armonia chopiniana, solo superficialmente intaccata dalle vibrazioni del violoncello di Judith Hamann (“Obsolete”). Non è il solo momento in cui i testi della Spektor, a dispetto del raggiunto equilibrio personale, si fanno particolarmente cupi e claustrofobici. Il ritornello di “Older And Taller”, una stupenda ballata degna dei songbook di Lisa Germano e Shannon Wright, qui arrangiata con gusto certosino per i dettagli – si ascoltino attentamente gli archi e i rumori concrète che vengono ricompresi nel fluire del brano –, recita beffardamente “Enjoy your youth / Sounds like a threat / But I will anyway” (anche perché, poco prima, “All the lies on your resume / Have become the truth by now / And the things that you never did / Have become your youth, somehow / You know everything by now”). Sono fantasmi, inquietudini, doppi sensi profondi che emergono, con tutta la loro forza, nella distopica parabola laica di “The Trapper And The Furrier”, il cui refrain (“What a strange, strange world we live in / Where the good are damned and the wicked forgiven / What a strange, strange world we live in / Those who don’t have lose, those who got get given / More, more, more, more”) è una paradossale oasi di serenità in uno schiumare di distonie cameristiche e strappi vocali.

Ecco il punto: una canzone come “The Trapper And The Furrier” – che si serve delle metafore intelligenti anziché degli strilloni peracottari, arguta nel suo evolversi e spietata nel colpire dritto al bersaglio – è il perfetto ritratto di ciò che io intendo per “attuale” e rappresenta magnificamente i nostri tempi bui (molto meglio, senza dubbio di tanto rumoreggiare, strepitare e parlottare). Nel suo vedere e prevedere, bisogna dirlo, Regina è un’autentica cantastorie della contemporaneità, che non ha mai perso il coraggio e l’ispirazione del folletto anti-folk di quindici anni fa né, tantomeno, la sua esuberante presenza scenica (l’inesauribile girandola di stili e sfumature, spiritualmente glam, nella teatrale “Tornadoland”). “Remember Us To Life” ci ricorda, ad un tempo, la potenza delle sue idee più eccentriche e la straordinaria bravura di assemblare brani melodicamente accessibili, ma lontanissimi dalla banalità. I primi cinque pezzi, a tal proposito, sono un’autentica colata d’oro e finiscono dritti tra gli instant classics della sua discografia: c’è davvero di tutto, tra i bleeps sintetici di “Bleeding Heart” che si fanno variopinta fanfara a 64 bit (prima di ripiegare su un nucleo di minimale romanticismo pianistico), “Older And Taller”, l’insanabile contrasto lirico-musicale di “Grand Hotel” (ascoltare attentamente per capire cosa intendo), le raggelanti lallazioni della roboante denuncia anticonsumistica di “Small Bill$” e la sbiadita istantanea in slow motion di “Black And White”.

L’eccentrica eterogeneità del disco vede Regina mantenere la barra dritta fino all’ultimo e chiudere con una particolarissima combinata: da una parte l’elaborato neoclassicismo di “Sellers Of Flowers”, interpretato con la benedizione della filarmonica di Praga, dall’altra la semplicissima e toccante “The Visit”. È interessante osservare da vicino l’opposizione dei due brani, condotta su un duplice binario. Nella prima, l’autrice equipara l’arrivo dell’inverno alla morte, assumendo tuttavia una prospettiva romanzesca del tutto inedita, che intreccia vari piani di narrazione (“The sellers of flowers buy up old roses / They pull off dead petals, like old heads of lettuce / And sell ‘em as new ones, for cheaper and fairer / But they die by the morning, so who is the winner / Not the roses, not the buyers, not the sellers, maybe winter”). La seconda, al contrario, è la sommessa celebrazione, oserei dire gozzaniana, di una piccola gioia: un incontro ravvicinato, di non meglio precisata natura, a distanza di molti anni (“I’m so glad that you stopped by / And I will not ask you why / It’s just good to see you / You always make me smile / And you always make me sigh”). Morte e vita, mestizia e felicità, un presente nerissimo e un agrodolce passato della mente in cui rifugiarsi: sono dicotomie ingombranti, da sempre attualissime nella poetica di Regina, che qui acquistano una rinnovata centralità.

Il voto è leggermente più basso rispetto a quanto ci si aspetterebbe, per la presenza di un paio di ballate di troppo (la jazzyNew Year”, la palpitante “The Light”) che tendono a smorzare il ritmo generale del platter. Per quanto mi riguarda, tuttavia, “Remember Us To Life” è degno di stare al fianco di “Soviet Kitsch” e “Far”. Mi entusiasmano le minuzie? Sarò démodé anche io!

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byron alle 17:27 del 2 gennaio ha scritto:

Ottima recensione, sono pienamente d'accordo con te. Me lo sono fatto regalare per Natale e lo ascolto praticamente tutti i giorni.

Meno immediato dei suoi predecessori, ma una volta che entri nel mood è difficile uscirne.The Trapper and the Furrier rimane la mia preferita in questo disco che consacra Regina una delle migliori artiste contemporanee di sempre.