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R Recensione

6/10

Setting Sun

Fantasurreal

Aprite le finestre al nuovo giorno, è Primavera!” cantava Franca Raimondi. Sarà Aprile, sarà che ultimamente dalle mie parti è piovuto talmente tanto che l’intero paese si è ammalato di pleurite, sarà che con l’avanzare degli anni non riesco più a capire il romanticismo dell’inverno, ma oggi mi sento primaverile.

E allora questo dischetto dal titolo “Fantasurreal”, scritto e suonato da una band che si fa chiamare Setting Sun, che ha una vera mania per il sole (vedere copertina) e che si fa pubblicare i dischi da un’etichetta che si chiama Young Love Records, arriva proprio al momento giusto.  

Il sole, l’amore giovane, la fantasia e la primavera. E fanculo alla crisi economica, all’incertezza sul futuro e al dibattito sullo scaffale da utilizzare per riporre la pillola abortiva. “Fantasurreal”, quarto disco della band di New York (che è di fatto emanazione del suo leader Gary Levitt), prende forma dalle intuizioni solari del primo Beck (l’iniziale “Driving” e la concitata “Into the Wire” sono melodie a presa rapida), ma con mestiere e ispirazione imbastisce un corpus compatto di pop psichedelico e folk elettrico che cita più o meno apertamente gli Arcade Fire (la tensione controllata di “Don’t Grow Up”), certi accorgimenti in stile Sufjan Stevens (la tromba “municipale” di “Make you Feel”) e il gusto pop onnivoro dei Gomez (“Handsome Bride”).  

Un disco compatto e molto piacevole, soprattutto quando osa (i richiami Beatlesiani di “The tee”), e quando si abbandona senza reticenze alla malinconia (“One Time Around”). Primaverile, ma pur sempre malinconia.

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