Supertramp
Breakfast In America
Ho recentemente avuto modo di gustarmi un dvd fresco di uscita di Roger Hodgson in concerto nel 2006 a Montreal, affiancato solo da un fiatista (e occasionale tastierista). Ho potuto verificare come il tempo sia stato clemente sull’inglesissimo volto da paggio di questo gentile e talentuoso musicista, e come la sua voce, proverbialmente acuta ed inconfondibile, sia tuttora integra, ben salda ed emozionante.
Le scene finali nei camerini sono poi tenerissime: Roger viene abbracciato da amici e familiari ma vi è anche una sequela di ammiratori qualunque, alcuni colle lacrime agli occhi, che si fanno avanti uno alla volta, per dirgli qualcosa, quanto ha contato per loro, quanta parte ha avuto in una determinata fase della loro vita, quanto bene hanno fatto la sua musica e le sue liriche. Lui si schernisce e ringrazia, stanco e riconoscente, modesto e paziente. Ma ad uno di quelli che lo apostrofa “Senza di te, i Supertramp non sono più stati loro”, non replica, perché sa che è proprio così.
I Supertramp funzionavano a doppia trazione. Hodgson e Rick Davies portavano al gruppo le rispettive creazioni, già belle arrangiate e pronte solo per la rifinitura, poi però firmavano tutto insieme, alla Lennon/McCartney. L’alternanza delle due diverse ispirazioni e voci dava preziosa dinamica ai loro dischi, solo che le canzoni più di successo finivano inevitabilmente per essere quasi tutte di Hodgson. Davies faceva ottime cose ma la qualità pop del songwriting di Roger e la micidiale penetranza del suo timbro vocale erano inarrivabili.
In questo disco il grande cantante, compositore, arrangiatore, pianista e chitarrista piazza due gioielli pop rock assoluti, di planetaria notorietà: “The Logical Song” e “Take The Long Way Home”. La prima è una polemica tiritera sulla repressiva istruzione collegiale, che il rampollo di buona famiglia Hodgson ha sperimentato sulla sua pelle e si sente, perché tutto il disagio e la rabbia vanno a riversarsi in un arrangiamento da padreterno, con progressione pianistica da urlo, drammatiche nacchere (!), guaito di sax estremo, stacchi hard di chitarra, voce spiritata e spinta fino ai superacuti. La seconda ha un testo più criptico, ma chisseneimporta perché l’intro di piano elettrico risonante su cui si innesta la morriconiana impennata di armonica è epocale, non può confondersi, non può stancare, così come il rotolio dell’armonia/melodia che si “apre” in un refrain perfetto. Solo il finale, strascicato e con un che di incerto, poteva essere giocato meglio.
La canzone che intitola l’album, sempre di Hodgson, è parimenti famosa, ma personalmente non mi ha mai conquistato. Descrive la recente decisione del gruppo di lasciare la piovosa Londra e stabilirsi in California, appena raggiunto il benessere economico (in occasione del quarto disco “Crisis? What Crisis!”). Il ritmo a marcetta ed il dispiego di trombone mi suscita precoce tedio, che devo dire.
Altre due composizioni vengono ancora dalla penna di Hodgson: “Lord Is It Mine” è amatissima dall’autore ma non particolarmente apprezzata dallo scrivente, col suo misticismo un poco telefonato. Per gustare la conclusiva ed abbondante “Child Of Vision” occorre invece possedere il cromosoma dell’appassionato di progressive: la canzone parte benissimo con un grande ingresso della batteria di Bob Bemberg, sul proverbiale piano elettrico ribattuto marchio di fabbrica dei Supertramp, ma si dilunga assai in giochi pianistici e reiterazioni armoniche, rischiando la stucchevolezza.
Rick Davies contribuisce a sua volta con cinque composizioni, fra le quali svetta il suo capolavoro assoluto di carriera “Goodbye Stranger”: la frase vocale colorita di blues, su un ciclico e sospeso incedere di piano elettrico, è di un riuscito melodico/armonico tale che viene da piangere a pensarci. La strofa acquista veemenza con gli stacchi chitarristici di Hodgson, responsabile subito dopo del mitico, altissimo controcanto di ritornello (sul quale i Bee Gees hanno di certo a suo tempo provato profonda invidia), tanto deliziosamente pacchiano da far risultare addirittura struggente il ritorno alla strofa blues, con Davies senza più i Bee Gees d’intorno. Intanto anche la sezione ritmica si è messa a lavorare, il grande arrangiatore Hodgson in stato di grazia fornisce nuovo valore aggiunto prima infiorettando di pedale wah wah, poi saltando sopra una rabbiosa variante di ponte del compare Davis, che pesta forte accordi di attesa sul piano elettrico. Hodgson arriva dunque come un principe colla sua Stratocaster, e sfodera un assolo lancinante e assatanato, molto ma molto ben concepito, bello, bellissimo, un peccato che sfumi, passato il sesto minuto. Per me, siamo alla “Stairway To Heaven” dei Supertramp.
La buona vena di Davies spicca anche nell’introduttiva “Gone Hollywood”, resa con una formula compositiva che la lascia come irrisolta, ed in “Just Anoyher Nervous Wreck”, in cui nuovamente Hodgson dà una mano con un bell’assolo di chitarra. Il resto fa da riempitivo di questo lavoro riuscito e di enorme successo, appartenente con merito all’aristocrazia del pop.
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