Turin Brakes
Dark On Fire
Il New Acoustic Movement: solo un'invenzione giornalistica, probabilmente, una serie di gruppi che in comune avevano giusto la predilezione per atmosfere introspettive ma che non potevano essere più diversi fra loro (Elbow e Kings of Convenience, ad esempio!), buona giusto per la stampa inglese. E all'epoca, diciamo fra il 2001 e il 2002, proprio i Turin Brakes erano considerati la punta di diamante di questo nuovo genere con l'ottimo esordio "The Optimist LP", che lasciava decisamente ben sperare per il futuro del gruppo. Non che le cose siano poi andate male ai londinesi Knights e Paridjanian: qualche hit di basso profilo, una carriera sostanzialmente senza alti e bassi dal punto di vista artistico e ora questo "Dark On Fire", che però - bisogno dirlo subito - è probabilmente la peggiore prova dei due fino ad oggi.
Come era lecito aspettarsi non ci sono grandi rivoluzioni nel sound che caratterizzava già il precedente "JackInABox": chitarre acustiche ed elettriche, pianoforti, sintetizzatori e ritmo che si mantiene sempre costante senza grandi accelerazioni o rallentamenti; i soliti Turin Brakes insomma, ma il problema è che la formula comincia ormai a essere decisamente prevedibile e ripetitiva, e non basta pescare a piene mani dagli anni '70 ("Ghost" e "Real Life") o dagli ultimi Coldplay (la title-track) per dare nuova linfa a una formula ormai abusata.
Ovviamente la classe non è sparita di colpo: "Last Chance" è una buona canzone d'apertura, melodica ma epica e d'effetto, con piacevoli sfumature dark; "Stalker" è un singolo più che discreto anche se non ha le qualità di una "Underdog" o di una "Long Distance". Il disco però cala decisamente nella seconda parte, con una serie di canzoni che sembrano non più di gradevoli bozzetti ("For the Fire"); e in un pop-rock banale come "Timewaster" si fa sentire eccome la mancanza delle combinazioni delle chitarre dei due che nobilitavano le precendenti opere.
Il punto è che nemmeno i Turin Brakes stessi sembrano avere le idee chiare su quale strada seguire: le conclusive "Here Comes The Moon" e "New Star" cercano senza grandi risultati di aggiornare il sound acustico degli esordi, quando probabilmente servirebbe invece soltanto un pizzico di coraggio in più per tornare ai fasti dei tempi d'oro. La stoffa c'è ancora; ora tocca a loro decidere se accontentarsi di qualche lampo di genio o tornare a scrivere grandi canzoni a tempo pieno.
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