R Recensione

8/10

Paul Simon

Hearts and Bones

Simon è fra i miei cantautori americani preferiti, diciamo insieme a Joni Mitchell, Randy Newman e David Baerwald (chi?). La sua voce, poco estesa e potente ma distinguibilissima come timbro e stile, di una speciale scorrevolezza e semplicità, è servita a tracciare melodie niente meno che epocali; i suoi testi intimisti oppure sociali, romantici oppure spietati, hanno sempre costituito un indispensabile ed arricchente contributo alle sue opere.

 

Nei primi anni ottanta tutto faceva pensare che il nostro si stesse ricongiungendo, anche discograficamente, col vecchio partner Art Garfunkel. Nel 1981 c’era stato il concerto gratuito al Central Park di New York, immortalato da un celebre filmato, seguito da un’interminabile tournée mondiale e questa pubblicazione doveva costituire l’effettivo ritorno in sella del mitico duo. I soliti problemi, da parte di Art, di accettare il suo ruolo (inevitabilmente) subalterno mandarono all’aria tutto.

 

Il biondo amico quindi non c’è (i suoi contributi vocali vennero rimossi dal mix); ciò che non manca invece è una bella collezione di collaboratori appartenenti al gotha internazionale, sempre accorrente alla chiamata di un grande come Simon. Per dire, alla batteria si alternano Steve Gadd, Steve Ferrone e il povero Jeff Porcaro, alla chitarra evoluiscono Al Di Meola, Eric Gale e Dean Parks, i bassisti sono Marcus Miller, il povero Bernard Edwards e altri, ecc. ecc.

 

Il disco contiene almeno tre perle della produzione solista di Simon. La più fulgida è in chiusura:  “The Late Great Johnny Ace” fu scritta di getto alla morte di John Lennon. Paul la prende alla larga, rimembrando altre morti violente che hanno segnato la sua vita, a partire da quella del cantante rock’n’roll John Alexander, detto Johnny Ace, avvenuta nel 1954 giocando alla roulette russa. Viene poi citato il presidente Kennedy, ucciso con tre fucilate a Dallas nel 1963 ed infine il povero John, come noto assassinato da uno squilibrato davanti a casa sua, nel 1980. La canzone, interpretata con un trasporto memorabile da Simon, si prolunga in una malinconica coda di archi sintetizzati, composta ed eseguita da Philip Glass.

 

Il debutto dal vivo di questo brano sta proprio nel film del concerto al Central Park, successivo di meno di un anno alla morte di Lennon. Simon fu costretto a sospenderla per qualche secondo perché uno spettatore l’aveva  presa male e si era arrampicato sul palco, aggredendo verbalmente l’artista. L’anno dopo invece gli capitò di rompere una corda di chitarra verso la fine dell’esecuzione del pezzo ad un noto e seguitissimo talk-show americano, più o meno nello stesso punto e cioè appena nominato John Lennon… finì col lasciar perdere e non proporre mai più dal vivo questo gioiello.

 

Un altro episodio da brividi è la curiosa “Renè and Georgette Magritte With Her Dog After The War”. Simon immagina che il grande pittore surrealista e sua moglie si dilettassero segretamente ad ascoltare i gruppi doo-wop (la musica pop americana degli anni cinquanta) “…The Penguins, the Moonglows, the Orioles, the Five Satins…”: melodia meravigliosa, arrangiamento sublime con Simon in persona che, imbracciando per una volta la chitarra elettrica, letteralmente dipinge. Meraviglioso pure il video che fu prodotto al tempo, insomma un capolavoro dell’intimismo e della delicatezza in musica.

 

Notevole anche “Train in the Distance”, riflessione sul logoramento del suo rapporto colla prima moglie e più in generale sulle dinamiche sentimentali di coppia. Nel brano che dà il titolo all’album, un delicato e allegorico racconto di un viaggio in New Mexico, la donna è invece la sua fidanzata di allora e futura seconda moglie Carrie Fisher (la principessa in “Guerre Stellari”, o se si preferisce la tipa vendicativa armata di bazooka in “Blues Brothers”).

 

La poetica di Simon è sempre stata della massima estrosità: l’album offre in apertura una canzone sulle… allergie (!), piuttosto compromessa da un assolo fuori dalle righe della mitraglietta umana Al Di Meola. Un’altra si occupa di automobili, un’altra ancora di… numeri! Ma il massimo è costituito da “Think Too Much (b)” e “Think Too Much (a)”, (quasi) la stessa canzone messa due volte in scaletta, rispettivamente in posizione quattro e sei: in altre parole, lo stesso ritornello impiegato per entrambe, ma proposto come evoluzione di due strofe dalla melodia e testo diversi, e con arrangiamento diverso (la versione “a” è più briosa).

V Voti

Voto degli utenti: 7,8/10 in media su 3 voti.
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zagor 8,5/10

C Commenti

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nebraska82 (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:07 del 30 maggio 2013 ha scritto:

disco molto bello, con il più celebrato "graceland" una bella doppietta che tanti vecchi leoni sixties ( da bowie a dylan) negli anni 80 non hanno saputo affatto sfornare. "the late great johnny ace" tra i vertici assoluti della sua produzione.

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:16 del 23 giugno 2013 ha scritto:

il suo capolavoro da solista, meno fighetto di "graceland" e con migliori canzoni rispetto al ritmo dei santi.

nebraska82 (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:32 del 24 giugno 2013 ha scritto:

ce ne fossero più dischi "fighetti" come graceland.....

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:58 del 24 giugno 2013 ha scritto:

Io preferisco i due successivi, ma anche qui siamo messi non bene, ma benissimo.

Totalblamblam alle 22:57 del 24 giugno 2013 ha scritto:

il disco della svolta "etnica" è la bellissima colonna sonora one trick pony: simon sperimenta con più generi , abbandona gli stilemi suoi tipici folk pop e la world music futura di graceland è gia tutta qui. questo disco lo associo per importanza a one from the heart di waits anche questo colonna sonora...

zagor (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:49 del 25 giugno 2013 ha scritto:

Vero, molto bello anche quello. Poi vabbè di Simon ci sono anche i dischi anni 70 però li trovo ancora un po' troppo legati all'esperienza con Garfunkel ( l'omonimo però è veramente bello, e "kodachrome" del 73 è tra le mie pop songs preferite di sempre).