R Recensione

7,5/10

Aruán Ortiz

Hidden Voices

Ortiz è una sorpresa.

Jazz da Cuba, intendo dire. E voi penserete: Buena Vista Social Club, ritmi appiccicosi, melodie malinconiche e assolate, magari qualche pezzo di bravura se questo con le mani ci sa fare particolarmente.

Ecco, Ortiz è una sorpresa perché rompe questi dogmi, e si mette a suonare dell'altro. Pur restando fedele a certi canoni estetici tipicamente cubani.

Peraltro, fa quest'altra cosa già da un bel pezzo, se è vero che il suo primo lavoro in trio risale al 2003, e che nel frattempo ne sono usciti altri due, prima di “Hidden Voices”, che ha visto la luce nei primi giorni del 2016.

Aruán Ortiz torna alla formazione in trio, con il virtuoso Eric Revis al contrabbasso e l'incendiario Gerald Cleaver alle percussioni.

La prima cosa che balza all'orecchio sono le intricatissime costruzioni ritmiche, che certamente devono molto ai tempi composti (eppure capaci di suonare naturali) in voga sull'isola e ai caraibi (il brano conclusivo, “Uno, Dos e Trés... “, è una canzone cubana tradizionale). Le figure ritmiche originate da contrabasso e batteria sono a loro volta decisamente orientate in direzione latina.

Quello che stupisce è l'utilizzo inusuale di queste forme tradizionali: Ortiz non le usa – non solo, quantomeno – per farci muovere il culo. Ma le trasforma in una musica ad altissimo impatto cerebrale.

Il suo pianismo è altamente percussivo, ma più che invitarti al ballo, sembra volerti disorientare completamente.

La stessa costruzione dei brani, di marca quasi progressiva (i continui cambi di passo dell'introduttiva “Fractal Sketches” sono decisamente poco ballabili, troppo complessi e vorticosi) lascia intendere che dietro il progetto del quarantaduenne caraibico si cela molto altro, rispetto al mero intento ludico.

Lo dico: in diversi momenti, la logica ferrea e intricata delle due mani (specie la destra che volteggia furiosa e spigolosa) mi ha evocato le gesta di alcuni fra i pianisti più oltraggiosi e inclassificabili del mondo jazz: su tutti, Lennie Tristano, che aveva visualizzato simili (de)formazioni addirittura 60 anni orsono; ma anche gente come Anthony Davis o, in misura minore, Paul Bley.

Il marasma percussivo può avvicinare anche le intuizioni di Cecil Taylor, ma qui siamo in territori più leggibili, chiari. Meno magmatici e più sinistramente lucidi, sottilmente dissonanti: Ortiz quasi un Thelonious Monk in versione latina, che accelera il passo per proiettarci all'interno di un labirinto percussivo (non è quindi un caso se il leader coverizza “Skippy”, che porta proprio la firma di Monk).

Carribean Vortez/ Hidden Voices” è forse il brano che meglio di ogni altro incarna la vocazione bidimensionale del trio: il tema puntellato di Ortiz si scontra con le congas di Cleaver, con i piatti della batteria che – come spesso accade nel jazz – sembrano tanto tenere il tempo quanto trasformarlo in un marasma vaporoso.

Aruan, al contrario, sembra quasi un batterista prestato alla tastiera, che ritorna continuamente sulla stessa nota, segnando gli snodi ritmici cruciali del brano.

La complessa vocazione geometrica e strutturalista del leader emerge con prepotenza anche nella lunga, programmatica “Analytical Symmetry”, suddivisa in varie sezioni (sempre la vocazione progressiva), capace anche di un lieve lirismo, di un maggiore dinamismo in termini di atmosfere. Il finale, un solo in punta di piedi, sempre dissonante ma più dolcemente malinconico, è forse il momento più toccante del disco.

Questa è musica per il cervello (anche quando si addentra nell'armolodia di Ornette Coleman, a sua volta coverizzato in “Open & Close”), un tuffo nell'avanguardia con i piedi ben saldi nella tradizione caraibica.

Diventa quindi superfluo allora cercare “emozioni” ben definite: Ortiz vuole sperimentare, e gli esperimenti, fatti da chi ha le qualità giuste, sono sempre interessanti. A volte, come in questo caso, direi quasi entusiasmanti.

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