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R Recensione

7,5/10

Fire! Orchestra

Arrival

Fare quello che si vuole può non significare niente, se non si sa davvero cosa si vuole. Nella mente di Mats Gustaffson, invece, il progetto (commercialmente suicida, per sua stessa ammissione) della Fire! Orchestra è sempre stato chiaro ai limiti dell’adamantinità: mettere in piedi un variegato ensemble di musicisti di ogni sorta ed estrazione, in grado di suonare – almeno in linea teorica – qualsiasi partitura possa esser loro messa davanti. Detta così non sembra nulla di particolarmente innovativo, ma nel fossato mentale che dovrebbe separare le buone intenzioni dai risultati conseguenti svettano i bastioni di opere concettuali a loro modo già divenute classici contemporanei: i mastodontici “Exit!” (2013) ed “Enter” (2014), registrati in un assetto a ventotto elementi, e l’ancor maggiormente celebrato “Ritual” (2016), dove l’orchestra si asciugava a ventuno membri. Per chi non fosse pago di emozionanti sorprese, ecco che l’ambizione muta pelle e si riveste di nuovi paramenti nel recente “Arrival”, frutto di una session studio di settantadue ore (!), in cui l’ulteriore contrazione numerica del collettivo (sono quattordici i musicisti accreditati) viene controbilanciata dall’inserimento di un quartetto d’archi (i violini di Anna Lindal, Josefin Runsteen e Katt Hernandez e il violoncello di Leo Svensson).

Ad emergere da questa ricombinazione massimalista di elementi è un disco che, se a tratti non sembra possedere la medesima vitalità da Gesamkunstwerk dei suoi predecessori (leggermente tirato per le lunghe, in particolare, il cinematico doom-jazz di “Dressed In Smoke. Blown Away”, sui cui mortiferi bpm, ingentiliti dall’incontro-scontro delle evoluzioni vocali soulish di Mariam Wallentin e Sofia Jernberg, volteggiano come spade da wǔxiá i violini), ne conserva tuttavia l’ispirazione e la capacità, innata, di far convivere all’interno di una stessa composizione decine di registri diversi. È jazz da Rune Grammofon, la visione pionieristica di un triumvirato di compositori eccelsi oppure, più semplicemente, un fruttuoso dialogo tra menti illuminate (per la prima volta nella storia dell’orchestra, tutti i membri apportano un contributo personale in fase di scrittura). Svariati, anche a questo giro, i momenti da consegnare a futura memoria, concentrati specialmente nei contributi più corposi. Dal profondo tema portante di “(I Am A) Horizon”, un blues crepuscolare sommessamente intonato dalle tastiere di Tomas Hallonsten e introdotto da una superba sonata impro-jazz per archi e fiati, scivolano fuori le calde voci di Wallentin e Jernberg, che si alternano al timone di guida sino al precipitare del climax orchestrale nel ruvido solismo tribal-jazzcore del sax di Gustaffson (vaghe reminiscenze di Colin Stetson e della band di Bengt Berger). “Weekends (The Soil Is Calling)” è un astral-soul in formato da big band, melodicamente impeccabile, lacerato da sciamanici spasmi free jazz e serrato su ostili dissonanze drone. “Silver Trees”, imbeccata come la suite world-jazz che ancora manca nel repertorio di Joanna Newsom, ha l’ampiezza di visione di una pièce teatrale polifonica: impressionante e imprevedibile, in particolare, lo scatto degli ultimi cinque minuti, un jazz rock metronomico con deliranti arrangiamenti da free-vaudeville zappiano e serrato flow hip hop.

Fa sorridere, ma non troppo, pensare che con una tale abbondanza di elementi il disco sia stato anticipato da una delle due cover presenti nella tracklist, “At Last I Am Free” (scritta da Nils Rodgers degli Chic e già interpretata da Robert Wyatt), qui rivisitata come micro-opera sinfonica dalla struggente emotività: ulteriore segno di una libertà espressiva davvero senza limiti. Voto indicativo, pensato per stimolare l’ascolto.

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