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R Recensione

7/10

Greg Fox

Contact

Ma cesserebbe di esistere, il tempo, se non ci fosse il movimento? E cesserebbe di esistere, il movimento, se non ci fosse il tempo? (Thomas Mann, La montagna magica, Cap. VI)

Nella dottrina buddista, si definisce vedanā la “sensazione”, ciò che si percepisce con i cinque sensi naturali e con l’intelletto, ovvero l’effetto diretto del contatto (sparśa) tra gli organi di senso, gli oggetti del mondo fenomenico e la coscienza che il soggetto sviluppa sull’esistenza di tali oggetti. Il concetto di vedanā può legarsi ad un’accezione percettiva positiva (sukha vēdanā), indeterminata (upekkha vēdanā) o negativa (dukha vēdanā): queste accezioni, a loro volta, possono creare le condizioni per il successivo generarsi di sentimenti positivi (sōmanassa) o negativi (dōmanassa), a seconda di chi esperisce cosa. Seguendo il filo rosso che collega fra loro i titoli delle tracce di “Contact” sorge il dubbio che il terzo disco solista di Greg Fox (Liturgy, Ex Eye), a circa tre anni di distanza dallo stupefacente “The Gradual Progression”, sia forse un cripto-concept sulla mediazione sensoriale stabilita, a mo’ di triangolo ogdeniano, tra pensiero, oggetti e loro referenti: o, forse, sulle relazioni propulsive di causalità che pervadono la natura profonda delle cose; o ancora, piuttosto, una pagina strappata dal libro paga dei grandi percussionisti in solo. Elucubrazioni che hanno il loro peso relativo, dal momento che, per ammissione dello stesso Fox, a molti dei brani che compongono “Contact” (registrato e missato in due giorni, sul finire del 2018, da Randall Dunn) è stata assegnata una denominazione solo un anno dopo essere stati fissati su nastro.

Sembra uno strano negativo di “The Gradual Progression”, questo “Contact”, da un lato maggiormente legato agli sperimentalismi percussivi dell’ambizioso esordio concettuale “Mitral Transmission” (2014) e, dall’altro, votato ad una morfologia assai più diretta, scabra ed essenziale, priva di quelle immaginifiche sovrastrutture strumentali che avevano caratterizzato la ricerca sonora del predecessore. Full length di difficile categorizzazione, dunque, e di ancor più ostica interpretazione: spoglio in superficie, tentacolare in profondità; esteticamente meno elaborato, semioticamente iperoggetto complesso. La decodifica dell’operazione è complicata dal fatto che i due brani di presentazione, peraltro i migliori del disco per notevole distacco, non sono granché esemplificativi di ciò che succede nel disco: se “Ill Being” ricrea a tutto tondo l’illusione di un’orchestra skrjabiniana impegnata in un wǔxiá con l’esercito di terracotta di Qin Shi Huangdi (merito del solito Sensory Percussion, che in coda riproduce addirittura lo spettro di un sibilante Hammond), la versione estesa di “From The Cessation Of What” sposta ancora più in là i limiti dell’esprimibile, svuotando dal suo interno la voce batteristica narrante per trasformarla prima in un tempestoso carillon concrète vicino a certa folktronica, poi in un irrefrenabile galoppo drum’n’bass punteggiato da algidi smottamenti techno-ambient.

Di musicalità senso strictu, in “Contact”, ce n’è in verità pochina, meno di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Così, a mo’ di compensazione per gli strappi disarmonici dell’inesistente sitar di “Paresthesia” (criogenizzato nella ripetizione irregolare di pattern aleatori, come degli Autechre sbiaditi in lontananza), l’ascoltatore si confronta con il perimetro di una serie di composizioni che sembrano scritte più per testarne gli effetti perlocutori che per esaltarne le qualità illocutorie, intrinseche. Dapprima sollecitato dalle diverse profondità dei rintocchi di pelle e metallo in “Vedana”, l’orecchio scende poi a patti con le tre articolazioni della title track: schemi in disfacimento rimpallati fra tom e rullante in “Contact (Sukha & Somanassa)”, galoppi autogeneranti in “Contact (Dukkha & Domanassa)” (con una coda in finto loop di supremo controllo), infine i rotolanti poliritmi a quattro velocità di “Contact (Upekkhā)”, ai limiti dell’esercizio di stile. Il risultato è tanto spiazzante quanto formalmente gelido e a tratti inavvicinabile, molto lontano anche da alcune delle esplorazioni contenute nella più recente raccoltaMake Become Flat” (registrata a nome GDFX durante la quarantena).

Contact” è un esperimento affascinante, ma vagamente sterile e confinato quasi tutto nella testa. Chi si aspettasse un secondo “The Gradual Progression” rischia di rimanere scottato.

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