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R Recensione

8/10

Greg Fox

The Gradual Progression

L’applicazione pragmatica dei frippertronics al di fuori delle teorizzazioni concettuali e dei ristretti circoli d’avanguardia ebbe, all’epoca, un effetto prometeico: si dimostrava la possibilità di traslare innovazioni ardite ed elitarie in un campo, quello della musica popolare, apparentemente non in grado di accoglierle, né di farle attecchire. Sappiamo tutti, invece, come andò a finire. I decenni successivi di instruments-which-play-themselves – pur nella notevolmente incrementata disponibilità di mezzi tecnici e, aspetto da non sottovalutare, con la giovane lezione del kraut sintetico ad influenzare il corso degli eventi – implementarono e raffinarono le intuizioni originarie, pervenendo a risultati spesso sorprendenti. I nuovi frippertronics, oggi, sono i software elettronici che – oltre l’esclusivo dualismo chitarra-turntable – ampliano a dismisura il diapason espressivo di pressoché qualsiasi strumento.

Vedere dal vivo Greg Fox, al netto di una certa staticità che inevitabilmente affligge il suo set solista, è un’avventura curiosa e per certi versi impagabile. Figura magra, basco calcato in testa, pochissime parole: Fox incarna alla perfezione la figura del batterista tuttofare che il Nuovo Millennio ci ha abituato a conoscere. Nel mulinare incessante delle bacchette, nelle devastanti accelerazioni, nel perpetuo variare di tocco e prospettiva si scopre un musicista essenzialmente metal (non casualmente il curriculum recita, fra gli altri, Liturgy ed Ex Eye), prestato eccezionalmente al jazz ed affascinato – obliquamente, tangenzialmente – da un’elettronica frastagliata, non convenzionale. Ricordate l’andante vecchio quanto il mondo “sono solo in x ma sembrano un esercito”? Ecco, Fox l’esercito lo evoca per davvero. Merito del protagonista indiscusso di “The Gradual Progression” che, nella miglior tradizione postmoderna, è un “qualcosa” e non un “qualcuno”. Sensory Percussion è un software che assegna a ciascun pezzo della batteria una serie di suoni preregistrati che si attivano a seconda dell’intensità e della vibrazione del colpo inferto, imitando così le potenzialità di un intero ensemble e generando una serie di combinazioni che, se non proprio infinita, è sicuramente ampissima.

Se già nell’affascinante esordio solista, “Mitral Transmission” (2014), Fox dimostrava grande ricettività verso le moderne tecnologie (merito di un apparecchio, ideato dal grande Milford Graves, col quale il batterista aveva potuto registrare e processare i ritmi naturali prodotti dal proprio corpo), “The Gradual Progression” fa tuttavia un enorme passo avanti in termini di musicalità, componendosi come una vera e propria opera di neo jazz contaminato ed inafferrabile (da qui il giustificato parallelismo coi frippertronics di inizio recensione). La title track è un meraviglioso, autogenerante inno odeporico: attorno ad un drum kit che si fa di volta in volta battito rapsodico, propulsore psych e martello drum’n’bass si costruisce uno svettante grattacielo di suoni liquidi, world music allo stadio terminale che si spegne in un angelico crescendo di arpeggi chitarristici (cortesia di Michael Beharie) e contrappunti vocali (di Curtis Santiago le lallazioni). Difficile circoscrivere compiutamente l’esperienza estetica, anche quando i termini di paragone si fanno più concreti (la jazz-fusion rotonda e fumettosa che svetta sul meditativo sostrato ambientale dell’hancockiana “Catching An L”, il tip toeing shoegaze devastato da blast black metal in un’intensissima “My House Of Equalizing Predecessors” memore di Jesu e Pyramids). Da che prospettiva inquadrare, ad esempio, la notturna “By Virtue Of Emptiness”, una Mahavishnu Orchestra floydiana che abbia conosciuto Burial? O cosa dire degli astrattismi synth-funk della poderosa “OPB” che, sul finale, si sfilacciano nello sfregare degli archi di Justin Frye? Ancora, se “Preponderance Of The Small” è una nebulosa impro jazz a gittata discontinua, è lecito definire “Earth Center Possessing Stream” una sinfonia urbana dell’età contemporanea, che all’incalzare dei pattern drum’n’bass di Fox oppone la levità cool jazz delle chitarre di Beharie e del sax tenore di Maria Kim Grand?

Sono domande destinate a rimanere senza risposta, perché – ed è qui che sta la meraviglia – “The Gradual Progression” è una sfinge in grado di mutare radicalmente ad ogni ascolto, per quanto numerosi essi possano essere. È questo, il vostro disco dell’anno, quello che per mancanza di tempo o sottoesposizione non avete ancora ascoltato e che, tuttavia, dovreste moralmente regalarvi.

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FrancescoB alle 11:42 del 31 dicembre 2017 ha scritto:

Lavoro notevole e audace, che può essere introitato solo dopo diversi ascolti. Marco bravissimo e puntuale, come sempre.