Junkfood
Transience
Una acutissima propensione cinematica accompagna la musica dei Junkfood, sempre in equilibrio fra ardite forme compositive e istintive incursioni improvvisative, con chitarre che spaziano da paesaggi desert / post-rock (fra Tortoise e Calexico) a topografie Rock-In-Opposition e percussioni sussultorie, spigolose, figlie di una qualche geometria aliena, nel passato più remoto incarnata da gruppi come King Crimson e Henry Cow, in quello più recente dal filone matematico culminato nei Don Caballero e nei June of ‘44: a condurre le danze possenti aerofanie, epifaniche o immanenti, a seconda delle necessità. A dare vita e movimento a “Transience”, Paolo Raineri (tromba, flicorno, effetti), Michelangelo Vanni (chitarra elettrica, effetti), Simone Calderoni (basso elettrico, effetti) e Simone Cavina (batteria, effetti): conosciutisi nelle aule del Conservatorio di Bologna, i quattro hanno sviluppato il loro alchemico manuale di destrutturazione musicale che già nel 2007 li ha portati a vincere il primo premio del “Concorso del Festival delle Arti di Bologna” nella sezione Jazz e, nel 2009, a salire sul podio più alto del Piacenza Jazz Festival, come miglior gruppo a livello di “nuovi talenti del jazz italiano”. Che le danze abbiano inizio, dunque...
Nell'introduttiva Exodus una tromba che sembra provenire da qualche soundtrack di Nino Rota, si mescola con una chitarra inquieta e meditabonda e si inoltra fra ragnatele ritmiche tessute con estro e visionarietà, mentre il finale è pronto ad elevare un muro sonoro degno della band di Robert Fripp nel periodo "Islands" (1971). Chi, con queste musiche già nel proprio DNA, si trovasse ad ascoltare Exodus anche di passaggio, rischierebbe che la sorpresa si tramuti in un soprassalto emotivo con conseguenze sulla funzione cognitiva. E, in questo stato, permarrebbe per l'intera durata album e certamente nel brano successivo. Aging Hippie Liberal Douche stende su un riff che pare prelevato di peso da I Feel You dei Depeche Mode, una poderosa divagazione alt-jazz, estremamente dinamica con impennate fiatistiche ispirate al Coltrane del fragoroso "Meditations" (1965): è proprio materia da cui trarre massimo godimento. Small Time Murderer è figlia del lascito della formazione che fu di Fred Frith (Henry Cow, appunto), sapientemente custodito e messo a frutto a distanza di quarant'anni, "avanti" allora come oggi. Wrap You In Plastic si destreggia fra movenze suadenti e un propulsivo vortice di batteria, lambendo tanto le attitudini jazz-progressive dei Return To Forever di “Romantic Warrior” (1976), quanto le scorrevolezze post-progressive dei Jaga Jazzist. Rehabilitation Program è un altro momento di eccellenza, condensando nel giro di tre minuti la magmatica essenza della formazione di Bologna. Molto più siderale la natura di Hikikomori, con istanze che rivelano come umori diversi – chitarra stralunata, sezione ritmica math-core, tromba che cova una fiamma latente, pronta a eruttare – possano non solo incontrarsi ma produrre suggestioni cromatiche di rara intensità: sicuramente uno dei migliori brani dell'intero lavoro. Non scherza neppure Head Towards Enemy, con la sua melodia morriconiana increspata da un tellurico fremito di batteria degno delle improvvisazioni dei King Crimson – periodo 73-74 – ad opera di Bill Bruford, ma anche scossa da quelle lisergiche folate soniche soffiate dagli Hawkwind. Appena più pacificante la chiusura di I'm God Lonely Man, che presenta una armonia di cui tutti gli strumenti si fanno partecipi.
“Transience” è proprio quel tipo di lavoro che immette abbondante linfa vitale nella consonanza fra cervello e cuore, ponendo il quartetto che ne è artefice come l’ago della bilancia fra “disciplina” e “indisciplina”. Musica che non la da ad intendere, piuttosto rivolta all’intendimento e al diletto di coloro che hanno orecchie inclini ad intendere.
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