R Recensione

8/10

Steve Lehman & Sélébéyone

Sélébéyone

New York è la capitale del mondo, se parliamo di musica popolare nel '900 (e se porgiamo le scuse del caso a Londra). Oggi la globalizzazione le ha sottratto il primato assoluto, o comunque ha redistribuito le forze in termini più democratici.

Steve Lehman, newyorkese doc, vuole invece restituire alla Grande Mela il ruolo che le spetta di diritto. Ci prova da qualche anno, quando imbocca il suo sassofono contralto, e con “Sélébéyone” compie un ulteriore passo in avanti.

Il jazz-hop, se così vogliamo chiamarlo, è una realtà consolidata da tempo. Steve Coleman, virtuoso del sassofono, aveva incorporato le strutture dell'hip-hop, da poco impostosi come fenomeno globale, già nei primi anni '90. In termini simili si erano mossi Herbie Hanckcok e Donald Byrd.

Negli ultimi tempi ibridazione è diventata una parola d'ordine: da Antipop Consortium e Matthew Shipp, passando per gli ovvi Robert Glasper e Kendrick Lamar, siamo in piena fase crossover.

Steve Lehman accompagna spesso un certo Anthony Braxton, e da lui ha imparato che la rivoluzione è soprattutto questione di idee. Ecco così che il suo “Sélébéyone” incarna, forse per la prima volta, un'idea: quella per cui è possibile avvicinare i due generi sotto un profilo nuovo, ovvero sul versante astratto.

Lehman e il rapper senegalese Sandon Gandimic, affiancati da un sassofonista soprano che studia con Lehman (Maciek Lasserre), assegnano al disco un titolo africano (che significa intersezione, e non a caso ovviamente), e infatti intersecano due fra i generi dominanti dell'ultimo lustro su un piano del tutto originale.

E' un po' come portare il rigoroso strutturalismo di Chicago e della New York undeground che fu dalle parti del catalogo avant-hop. Lehman prende in mano i due lembi più distanti della cartina e si sforza di avvicinarli, arricchendo l'impasto di sentori addirittura arabeggianti (l'Africa occidentale!): ascoltare per credere l'incredibile "Dualism", dove gli strumenti a fiato e il rapper sembrano dialogare (tre voci poste sullo stesso piano), intonando arie in odore di Africa subsahariana; o anche l'assurda, straordinaria "Bamba" (avant jazz aromatizzato al rap africano, che volteggia sopra una base ritmica irregolare e contorta).

L'ibrido rinvigorisce grazie all'africanismo di Gandimic, evitando così la pura astrazione. Il suo flow è terreno, ma si incastra all'interno di un quadro irrazionale: i continui, repentini rovesciamenti scenografici di “Akap”, al confine fra post-bop, drum'n'bass e rap astratto, sono qualcosa di abbastanza inaudito e difficile da incasellare. I volteggi dei due sassofoni in “Origin”, virati Art Ensemble of Chicago ma più melodiosi del solito, preludono a un assalto frontale hip-hop che non dà scampo. Il colpo di genio sono però le strutture ritmiche, decomposte in direzione IDM (sono il solo che pensa a Flying Lotus?). Anche qui, parlare di genere è antiquato: il concetto di melting-pot sbocca nuove vette e risulta piuttosto disorientante.

Ogni brano meriterebbe un'analisi approfondita anche sul fronte tecnico: “Cognition” sposa ancora una volta post-bop, con i due sassofonisti in splendida forma, e intricati intrecci ritmici di scuola musica da ballo intelligente. La profetica “Hybrid” è un altro brano unico: l'incipit “sinfonico” in odore “Endtroducing” featuring old school, sfuma dalle parti di un jazz astratto e vagamente braxtoniano, sebbene meno violento e più comprensibile (i rapidissimi fraseggi a cascata).

Perché si possa parlare di capolavoro inarrivabile, manca forse l'ultimo tassello: la rivoluzione estetica deve diventare rivoluzione espressiva. L'idea deve farsi comunicazione in maniera più compiuta. Problema relativo: quando la musica ha voglia di osare, io esulto. E sempre di capolavoro si può parlare.

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Voto degli utenti: 8,3/10 in media su 2 voti.
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ciccio 8,5/10

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