R Recensione

7,5/10

Tigran Hamasyan

Mockroot

Faccio mea culpa: sento parlare di Tigran Hamasyan da diversi anni, ma non mi sono mai messo di buzzo buono ad ascoltarlo.

Provo a rimediare fuori tempo massimo facendogli un po' di pubblicità gratuita.

Tigran, così leggo nelle numerose pagine web dedicategli, è un giovane pianista di origini armene, che ha studiato in America prima di tornare sul Mar Nero.

E “Mockroot” pare solo l'ennesima perla della sua già prolifica discografia.

Io però sono disorientato: cosa suona questo bambino prodigio della musica jazz?

E' difficile rispondere in modo preciso. Avete presente la piacevole sensazione di trovarvi al cospetto di qualcosa di veramente originale e personale? Ecco, Tigran incarna quella sensazione, perché il suo modus operandi, il suo approccio alla musica jazz è quanto di più eterodosso.

Tigran suona (pianoforte, tastiere varie, sintetizzatori) e canta. Con lui, ci sono il bassista elettrico Sam Minaie e Arthur Hnatek alla batteria e agli strumenti elettronici, oltre a numerosi cantanti.

I riferimenti in ambito jazz non mancano: le vie tortuose tracciate da Monk, il candore aristocratico di Bill Evans, l'universalismo eclettico di Keith Jarrett e il suo impatto melodico.

Parlare solo di musica jazz però sarebbe riduttivo e limitante, quantomeno se per jazz si intende la longeva tradizione afroamericana, perché, come spesso accade, in Europa i confini fra i vari stili sfumano. Questa è una forma avanzata e personalissima di world-music orientata al jazz, se proprio vogliamo appiccicare un'etichetta.

To Love” è ispirata alle melodie della tradizione folk armena, quasi un crocevia modale fra il russo e l'arabo, e in effetti i lunghi sospiri di cui consta il canto sembrano variazioni microtonali arabeggianti, mentre il pianoforte traccia sicuro linee melodiche intricate. La romantica “The Road That Bring Me Closer To You”, colorata da dolci cori femminili, è un altra perla che si colloca sulla medesima falsariga interpretativa, e aggiunge un dolcissimo solo di pianoforte che pare concepito da un Bill Evans particolarmente assorto (non troppo diversa è la splendida “Lilac”, saggio dell'abilità di Tigran al pianoforte).

“Kars 1” è l'unica “cover” del disco e guarda ancora alla tradizione folklorica del Mar Nero, irrobustita con cambi di ritmo e di tempo notevoli; d'altra parte, è noto che le musiche popolari dell'Europa dell'est fanno tradizionalmente uso di tempi dispari e composti, anche solo nelle danze: e questa asimmetria si riflette nell'approccio al jazz di Tigran, decisamente “prismico”. La particolarità del brano si nasconde anche in quel leggerissimo beat elettronico che suona quasi come una carezza segreta all'universo estetico degli Hood, o dei Notwist migliori.

Brani come “Double-Faced” sono un labirinto di intricate costruzioni ritmiche, ispirate anche a universi distanti da quello di riferimento. Tigran infatti sembra divorare dischi math rock e post metal, e la cosa si sente un po' ovunque: tanto che parlare di un obliquo e stordente metal-jazz non sembra una bestemmia. L'effetto finale è però quasi accostabile alla musica elettronica da ballo, alle fratturate invenzioni e micro-variazioni dell'IDM evoluta.

Entertain Me” pare scolpita nella roccia: qui le ascendenze hipster-metal diventano lampanti, nonostante non ci sia l'ombra della chitarra elettrica. L'esito complessivo è una danza sfrenata e (dis)articolata.

Anche “To Negate” è una bomba di eclettismo: vocalizzi da muezzin sparsi in mezzo a un poderoso crescendo (pianoforte molto Jarrett-oriented), percussioni tribali, quindi una lunga progressione math-jazz (se così vogliamo chiamarla), spezzata da una sincope quasi dance.

The Grid” e “Out Of The Grid” sono quasi i Tool, i forse Drive Like Jehu, che si mettono a suonare jazz dalle sfumature orientali: ovvero, abbiamo davanti un meraviglioso, calcolatissimo marasma che consacra l'originalità dell'artista e di tutti i collaboratori.

Tanto di cappello.

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