V Video

R Recensione

5,5/10

BADBADNOTGOOD

III

In attesa di una recensione la cui assenza grida ahinoi vendetta da due anni, ci limitiamo al minimo indispensabile: se vi capita sotto mano – impossibile il contrario, dato che la stessa band lo ha reso disponibile in download gratuito sul proprio spazio Bandcamp – ascoltate a ripetizione, e al massimo volume, il brillantissimo “BBNG2” che, come suggerisce lo stesso acronimo, è il secondo parto dei canadesi BADBADNOTGOOD, power trio di schizzati (e giovanissimi) amanti delle lezioni fusion (o post-fusion, o be bop, o quello che vi pare) innestate direttamente sul corpo volgarmente sottovalutato delle cover – e non delle cover qualsiasi, ma di quello che per fondo enciclopedico comune non può venire realmente suonato: hip hop, elettronica, dubstep. E non solo, s’intende. In fondo alla scaletta, infatti, trovate un pezzo chiamato “You Made Me Realize” che voi, certamente, scafati ed abituati a schivare i colpi, avrete già individuato e circostanziato. Ebbene sì, è quellaYou Made Me Realize”, la stessa dei My Bloody Valentine, presa a ceffoni con un alto senso della distonia – come una banda di avventori ubriachi al primo bordello della periferia – e aperta in due da un fantasmagorico, immaginifico assolo di Luan Phung, misconosciuto genietto sino-canadese della sei corde che, per creatività e plasticità del suono, non può non ricordare, finanche vagamente, il “nostro” Paolo Tofani.

Ci ho messo un anno abbondante per capire che “You Made Me Realize”, come “Flashing Lights”, “Limit To Your Love” e chissà quante altre, era una cover. “Soltanto” una cover. Sbadataggine personale, direte, o forse non solo: ai posteri l’arduo giudizio. Al contrario, per scandagliare gli abissi di “III”, primo loro full length composto esclusivamente da inediti, non mi ci è voluta – mutatis mutandis – più di una settimana. Meccanismo finalmente compreso? No, meccanismo inaspettatamente cambiato. Instabile. Inceppato. Quasi come se la corrente impetuosa del fiume inventivo avesse rallentato, si fosse biforcata, indebolita a causa di un enorme macigno accoccolatosi nel bel mezzo del letto: il peso della creazione, di fronte all’anarchia decostruttiva della semplice (?) riscrittura. Bravi con gli altri significa bravi di per sé, o si tratta di due concetti indipendenti e distinti? La disputa filosofica si rigenera nella terra fertile di “III”, ventre di future ed inesauribili discussioni al riguardo.

I lampi di genio – ed è peraltro impossibile non fosse così – rifulgono di una propria, sinistra, abbagliante luce, tale che la mera contemplazione è la sola risposta adeguata. “Eyes Closed” tremola come gli Explosions In The Sky di certe, lunghe riflessioni chitarristiche: quando meno ce lo si aspetta, tuttavia, il brano cambia improvvisamente direzione, concedendo il proscenio ad una grande improvvisazione solistica di Chester Hansen. “Since You Asked Kindly” è l’anthem post-Eighties di una generazione nerd cullata nelle spire gommose dei sintetizzatori, sulle cui increspature sono liberi di incunearsi originali piatti cool jazz. “Can’t Leave The Night” sembra sfondare, a colpi di martellate trip hop, un reticolo di chiaroscuri cripto-crimsoniani, come una prog-wave senza chitarre. “Sustain”, brano presente nell’edizione deluxe per il mercato giapponese, fa rimbalzare un canonico segmento di piano jazz su tamburi dalle insistite pulsazioni urbane, sino ad arrivare ad un inequivocabile, esaltante mitragliamento finale.

Parrebbe di non doversi ricredere affatto, ma quelli appena citati sono solamente quattro dei dieci brani complessivi, e quanto ha ancora da offrire “III” è ben lontano dal definirsi esaltante. Del tutto anonima la parata Motown in Portishead dell’iniziale “Triangle”, scialbi i soffusi melismi del fidato Leland Whitty in una “Confessions” idealmente tagliata per il trio di Spike Wilner, addirittura noiosa la torsione strumentale di “Differently, Still”, grigia ballata da pianobar. Quello che dovrebbe essere il pezzo trainante, “Kaleidoscope”, costruisce le proprie fondamenta su di una riva sabbiosa, piatta, lineare, gettando alle ortiche le belle progressioni tastieristiche dell’incipit, in sacrificio ad uno scatto – col fiatone – su quattro, banali accordi raddoppiati dal sax. “CS60”, infine, mostra la corda dell’esercizio di stile, imbastendo un labilissimo pretesto fusion per far risuonare, a vuoto, i pad elettronici.

La sensazione, spiacevole, è quella di essere stati involontariamente presi in mezzo ad una silenziosa contesa: manierismo contro spontaneità. Sbalorditivo è constatare come il primo rischi a tratti di soverchiare la seconda. 

V Voti

Nessuno ha ancora votato questo disco. Fallo tu per primo!

C Commenti

Non c'è ancora nessun commento. Scrivi tu il primo!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.