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R Recensione

6,5/10

Laura Agnusdei

Night/Lights

L’ultimo disco in studio dei Julie’s Haircut, “Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin”, ha fatto conoscere al grande pubblico la più recente e felice acquisizione del sestetto emiliano, la giovane sassofonista bolognese – ma con base all’Institute of Sonology de L’Aia – Laura Agnusdei. A molti di voi questo nome non dirà nulla, ma gli alacri e voraci scavengers dell’underground tricolore avranno già avuto modo di incrociarlo nei credits di uno dei dischi più coraggiosi, eretici e misconosciuti degli ultimi anni, “We Had A Room At Tropicana Motel” (Trovarobato, 2015), primo e unico parto a firma Sex With Giallone: il più classico dei gruppi situazionisti formatisi tra i banchi del liceo, un insieme di future grandi personalità (tra gli altri componenti, il nascente genietto della minimal berlinese Caterina Barbieri) dotate di una precisa e personalissima visione estetica. Questo abbozzo di premessa serve per mettere a nudo le radici che delineano lo spazio musicale in cui si muove Laura, una musicista dal background accademico e dalla curiosità tipicamente post-moderna: il clash culturale, solo apparente, giustifica in realtà ampiamente gli esiti delle sue prime incisioni soliste, raccolte in una cassetta per The Tapeworm a tiratura limitatissima (75 copie in tutto).

I quattro brani di “Night/Lights” non sono solamente molto diversi l’uno dall’altro: sono anche tutti, a loro modo, estremamente affascinanti. Attirano ed ammaliano, in primo luogo, perché non sono esattamente quel che ci si prefigurerebbe mettendo a fuoco il prototipo concettuale di sassofonista in solo: non sono, cioè, lunghi ed immobili soundscapes ambientali appena increspati dai discreti interventi solisti dell’attrice protagonista – un trucchetto che generalmente funziona ma che, specialmente negli ultimi anni, ha dato la stura alla proliferazione di una montagna di dischi fra loro interscambiabili. La sola prima parte dell’iniziale “Midnight Bug” conserva tracce di quest’orientamento notturno, giocando a stirare, allungare e mandare in backward impalpabili sbuffi su di un discreto accompagnamento industrial: lo strumento prende poi corpo in un’astratta pantomima bebop al ralenti. Già “Growing Cold” cerca di sviluppare, in direzione modale, il Colin Stetson di “New History Warfare Vol. 3: To See More Light”: “Rising Comet” introduce poi luminosissimi ed eterei bordoni di synth (qualcosa a metà strada fra il minimalismo islandese e i Jaga Jazzist più raccolti), prima che “Silver Lining” rivesta di una candida patina nu-gaze una frase di sax suonata con la delicatezza di un Art Pepper, ma costruita su progressioni “folk” (nel senso di Béla Bartók) à la Ayler.

Speriamo sia solo il preludio ad una prossima uscita lunga che, date le premesse, si annuncia già meravigliosa.

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