John Zorn
Nova Express
Una decade fa potevamo filosofeggiare, giustamente, sul fatto che un disco di Zorn al giorno togliesse il medico di torno (niente mele di mezzo, portano sfiga: chiedete conferma a Steve Jobs). Negli anni più recenti, invece, tralasciando l’anagrafe e concentrandoci squisitamente sul viscido versante della composizione e delle atmosfere – in oscillazione perenne tra il vorrei-ma-non-posso-(più) e il potrei-ma-non-voglio – senza dottore pareva non si potesse uscire nemmeno di casa, tale era ed è l’insistenza ontogenetica, ai limiti della stucchevolezza professionale, del sassofonista newyorchese verso le proprie radici ebraiche, a livello etnico e musicale. Quando i freni vengono tagliati di netto, anarchizzati e colmati di un disordine costitutivo tutto loro, tuttavia, è come se il tempo non fosse mai passato. Scegliamo di ripescare, a novembre inoltrato, un disco uscito la scorsa primavera per dimostrare, semplicemente, come i fuoriclasse non nascano per caso, né si possano costruire a tavolino, né tantomeno si riescano a rottamare dopo qualche appannamento di routine.
All’apparenza sembrerebbe tutto normale: classico crocicchio di amici ed accoliti musicisti chiamati all’esecuzione, nomi ormai noti ed arcinoti per chi frequenta queste pagine e quest’artista in particolare (Joey Baron alla batteria, Trevor Dunn al basso, Kenny Wollesen al vibrafono, la sorpresa-non sorpresa John Medeski al pianoforte), pomposa presentazione sul sito della Tzadik, spennellate qua e là di alchimia ed afflato misterico conseguente. Poi iniziano ad arrivare le notizie inattese. “Nova Express” è, prima di tutto, un’aperta citazione all’omonimo romanzo di William Burroughs, indimenticabile genio letterario già omaggiato nell’immediatamente precedente “Interzone” (ve lo ricordate “Il pasto nudo” di Cronenberg, sì?), punto di non ritorno delle fratture beat e dello stream of consciousness lisergico. Quasi a voler aderire il più possibile al carattere della fonte primaria, Zorn ritorna ad un suo vecchio amore, il free jazz distonico di matrice colemaniana: e lo fa con rabbia, cattiveria, sprezzo del pericolo.
Causa la mancanza degli inconfondibili scartavetramenti del suo sax, l’apporto vocale di un Mike Patton o gli interventi impro-noise della fidata chitarra di Marc Ribot, il tessuto su cui far interagire gli strumenti rimane tutto da inventare. Attacchi e rilasci sono realizzati in maniera parzialmente inedita, mediante piccoli grappoli di melodie sfuggenti incastrate tra grumi di materia solida, chiaroscurale, sviluppata perennemente in gerarchia cromatica e non tonale. Minuti fraseggi temperati, utilizzati come testa e motivo dell’intero brano, sono ridotti in cenere dai disordinati amplessi del pianoforte, che si lancia poi in un tentativo beffardo di ricostruzione neoclassica (“Rain Flowers”). In “Port Of Saints” il passaggio da uno stato all’altro avviene attraverso un flusso osmotico irto di spine e discontinuità: le leggere, percussive melodie nipponiche di “The Outer Half” sono sfigurate da gigantismi dodecafonici; Baron si riconferma uno dei migliori batteristi viventi al mondo, sorreggendo con garbo e gusto della sconnessione il klezmer deviato della torrenziale “The Ticket That Exploded” (nella geniale frenesia di alcuni stop&go, non a caso, sembra di risentirlo alle prese con i Naked City).
Se cercate lo Zorn romantico e crepuscolare di molte, ultime prove, ne troverete una traccia visibile in coda, beffardamente, con una “Between Two Worlds” dallo sviluppo armonico pressoché impeccabile. Molto più facile che con “Nova Express” vi sbucciate le nocche, cercando il bandolo della matassa in fittissimi ed inestricabili avviluppamenti di contemporaneo accumulo e scarico (il noir stralunato di “Blue Veil”, con predominio totale di Wollesen, l’ancor maggiormente complessa “IC 2118”) o soffrendo per fulminei frammenti di canonico sovversivismo vestiti ad accademia che, se opportunamente elettrificati, farebbero crollare interi edifici (“Dead Fingers Talk”).
Non facile, certamente. Ma quando mai è stato facile sciropparsi Burroughs?
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