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R Recensione

6,5/10

John Zorn

The Hierophant

Lentamente ma inesorabilmente, anche John Zorn sta invecchiando (ad inizio mese le candeline spente sono state 66) e la sua già non indimenticabile produzione dell’ultimo lustro, complice il grottesco rovescio finanziario subito per mano della piattaforma PledgeMusic, ne ha risentito in termini di quantità ed eterogeneità. Assieme ai più recenti “Nove Cantici Per Francesco d’Assisi” (seguito ideale di “Midsummer Moons”), “Tractatus Musico-Philosophicus” (composto e registrato in assoluta solitudine) ed “Encomia” (per duo piano-violino), “The Hierophant” è, pertanto, una delle rare occasioni in cui la scrittura di Zorn si sia avventurata al di fuori del perimetro del progetto in cui ha investito la maggior parte delle proprie energie degli ultimi anni, vale a dire Insurrection (ex Simulacrum). Non è certo un capolavoro e, anzi, è forse uno dei dischi più apertamente autoreferenziali dell’ultimo periodo zorniano: ma proprio questa sua caratteristica lo rende interessante per i neofiti ben prima che per gli aficionados di lunga data.

Ispirato dal mondo dei tarocchi, “The Hierophant” suona come un curioso incrocio di dodecafonia à la “Nova Express”, romance music e afasie dark ambient. Si può dire sia una sintesi in qualche modo inedita di argomenti conosciuti a menadito, resa possibile dalla calibratura al millimetro dell’interplay dei musicisti all’opera (Brian Marsella al piano, Kenny Wollesen nuovamente alla batteria, l’onnipresente Trevor Dunn al basso) che nel corso degli anni hanno interagito fra loro in migliaia di occasioni, con decine e decine di incroci e configurazioni diverse. Particolarmente luminosa la prova di Marsella, le cui duttili abilità tecniche vengono sfruttate al meglio nei contesti più disparati: dai disarmonici disfacimenti di “The Devil” (che adatta alle potenzialità del trio le urticanti acidità degli intermezzi noise di Simulacrum) alla costruzione non consequenziale per file cards di “The Hermit”, dal frusto melodismo del telefonato commiato di “The Lovers” all’avanzare sacrale di “The High Priestess” (lo Gnostic Trio che volteggia a passo di swing) contaminato da un sorprendente contrappunto dissonante. Il meglio viene riservato al blocco centrale: “The Hanged Man” è posseduta da un’anima gotica che, tra uragani di note e improvvisi svuotamenti minimalistici, si articola in una semovente e mai predicibile intelaiatura ritmica; “Death” è un de profundis concrète come non se ne sentivano dai Naked City di “Absinthe”; in “The Tower”, infine, la fisicità della performance di Marsella e Wollesen diviene quarto elemento aggiunto e tracima in un’irruenza quasi iconoclasta.

Sempre godibile e, a suo modo, meritevole di attenzione. Non è, né può essere Zorn al suo apice, ma ci si accontenta. 

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