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R Recensione

8,5/10

Roscoe Mitchell

Sound

A metà anni '60, dopo la bomba atomica sganciata da Coleman, Taylor & C., fra i venti gelidi di Chicago spunta un manipolo di pensatori di importanza monumentale per la musica contemporanea. La cosa fantastica è che 'sto manipolo alza la voce proprio nel momento giusto, quando tutti iniziano a grattarsi la testa domandandosi "E ora, che si fa?".

Nel 1968 un ventitreenne che non verrà mai lodato e approfondito a sufficienza sposta in avanti le lancette della storia e incide "For Alto", stordente lavoro per sassofono solo che apre la strada a tutte le sfide più estreme che verranno (dopo il folgorante debutto di Anthony, non si contano gli album per un solo strumento: basti pensare a "Lone-Lee" di Lee Konitz, a "Solo Trombone Records" di George Lewis, oppure ai più accessibili sermoni pianistici di Keith Jarrett).

Per la verità, però, Braxton non è partito da zero: nel 1966 un altro musicista giovanissimo aveva rotto gli argini prima di lui, rendendo improvvisamente quasi obsolete persine le idee tranchant di Ornette Coleman. Già, le porte alla rivoluzione semantica chicagoana le apre il futuro leader dell'Art Ensemble of Chicago (e dall'AACM) Roscoe Mitchell, al tempo ventiseienne, che con "Sound" dà alle stampe uno fra i dischi più radicali del '900.

"Sound" può considerarsi il padre putativo di una fetta importante dell'avanguardia jazz che verrà, da Evan Parker fino ai contemporanei Matana Roberts (per restare in ambito AACM) e Colin Stetson, con tutti i distinguo del caso.

"Sound", realizzato da un sestetto che include fra gli altri i futuri "Art" Lester Bowie (alla tromba) e Malachi Favors (al contrabbasso), se vogliamo definirlo, è un disco di post-free maturo e senza precedenti, che colpisce per la straordinaria consistenza materica (come da titolo, che evidentemente non è casuale) del suono in quanto tale.

Il sassofono e gli altri strumenti diventano metafora carnale di ciò che il musicista può significare e trasmettere in quanto persona. Per Mitchell melodia, armonia e ritmo sono solo un mezzo, o forse una propaggine del corpo, perché il punto nodale diventa l'interazione fra psiche e strumento, e ciò che tale interazione può dare all'ascoltatore in termini di sensazioni e di visioni. La gamma espressiva del sax allora si dilata a dismisura, perché Roscoe estrae dal legno sonorità sino a quel momento quasi inconcepibili, che spaziano dal grido al pianto, rivestendo il tutto con una sana vena ironica (o forse iconoclasta). Di più: il silenzio diventa un elemento essenziale della composizione, una voce a sé stante e con un ruolo preciso.

Ornette rimane il punto di partenza, e infatti viene subito simbolicamente ringraziato nel brano omonimo, dove note prolungate, eleganti ma stranianti (proprio in stile Coleman) vengono cantate all'unisono dai tre strumenti a fiato (c'è pure il sax tenore), prima che il brano prenda, e apparentemente senza la minima ragione, un binario del tutto diverso, costellato di dissonanze, brusche rotture, grugniti e solo straziati.

Il futuro appare però in tutta la sua meravigliosa eloquenza lungo la title-track, vero e proprio saggio della capacità visionarie di Mitchell, impegnato nell'occasione a metterci sotto gli occhi una fetta importante della musica che verrà. Il brano consta di duetti stralunati e contorti, che coinvolgono ora i due sassofoni, ora sax alto e contrabbasso, ora trombone e batteria. Mitchell si limita a disegnare lo scheletro della composizione, la cui consistenza prende tuttavia forma in fase esecutiva, specie nelle arruffate improvvisazioni collettive, che suonano quasi come una versione per manicomio delle grandi sifnonie di un Charles Mingus.

Non è facilissimo interagire con un brano simile: eppure, la sua furiosa carica espressiva lascia davvero interdetti, perché sembra forzare sino ai limiti ciò che l'artista può dirci con la musica, rovesciando le regole (anche le più moderne e rivoluzionarie) per attribuire al suono una funzione radicalmente nuova. I solo deturpati e sbiascicati, la consistenza quasi umana e vocale di alcuni botta e riposta, il furore di alcuni tempi rapidissimi e la dialettica quasi violenta fra le varie anime dei solisti rendono il pezzo un'esperienza di vita.

"Sound", in sostanza, è teatralità allo stato brado, cava dagli strumenti (specie quelli a fiato) ogni possibile umore, in una prospettiva rovesciata anche rispetto al free più radicale: perché qui l'impalcatura, alterata ma razionale, allucinata ma assurdista, sembra prendere le distanze dal magma sonoro passionale e ribollente del Coltrane di "Ascension" o del Pharoah Sanders di "Karma", per ritagliarsi uno spazio proprio.

La verità è che, come farà (con modalità in parte diverse) anche Braxton, Mitchell porta il jazz libero dalle parti di John Cage e di Luciano Berio, ma non pecca di astrattismo né di intellettualismo, perché la sua musica rimane fortemente connotata in senso afroamericano, e legata agli strumenti comunicativi "di impatto" del jazz.

Ciò detto, per chi si fosse annoiato davanti a tanti paroloni, riassumo tutti i concetti in poche parole: "Sound", se si ha un po' di coraggio, è davvero tanta roba.

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Voto degli utenti: 8,8/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

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Paolo Nuzzi (ha votato 9 questo disco) alle 13:41 del 5 febbraio 2015 ha scritto:

Bravo, bravo, bravo! Roscoe è un maestro, un genio, un mostro. Ce l'ho ancora (peccato mortale!) in merdosissimi Mp3, ma sarà mio in originale quanto prima, questo disco della madonna e della santa trinità, tra l'altro come suona (altro genio incompreso) McIntyre? Cosa pensi invece del successivo (ma egualmente grandioso) "Congliptious"?

fabfabfab (ha votato 9 questo disco) alle 16:31 del 5 febbraio 2015 ha scritto:

Grandissimo disco.

La copertina - tra l'altro - è una delle mie preferite di sempre.

FrancescoB, autore, alle 20:09 del 5 febbraio 2015 ha scritto:

Paolo confesso di conoscerlo davvero poco, proverò a ripesarlo....Di Mitchell poi ho approfondito principalmente la carriera nell'Art Ensemble, oltre a perle come la celebre Nonaah.