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R Recensione

7/10

The Grip

Celebrate

Celebrarsi e celebrare. Il nuovo disco dei The Grip sta proprio in questo, nell’innalzare un’ode al jazz libero, in quella terra di mezzo che prende il largo dal bebop di Art Blakey e Charlie Parker all’hard bop di Julian Cannonball Adderley e Charles Mingus. Il trio, con base a Londra, formato da Finn Peters (flauto e sax), Oren Marshall (tuba) e Tom Skinner (batteria), riunitosi col nome di un famoso disco free jazz di Arthur Blythe, ha messo al mondo “Celebrate”, racchiundendo al suo interno il meglio delle rispettive esperienze musicali. Peters è uno dei più talentuosi jazzisti inglesi (ha lavorato con pezzi da novanta come Frederic Rzewski e Bill Frisell); Marshall è un pioniere della tuba acustica ed elettrica tanto da meritarsi l’appellativo di “Jimi Hendrix della tuba”; Skinner, infine, è uno dei batteristi più richiesti in Europa (e ha collaborato pure con quel pazzo di Matthew Herbert).

Nel sound dei The Grip confluisce l’hip-hop più alternativo dei Sa-Ra e Shabazz Palaces, il bop di Miles Davis e Max Roach, il free jazz di Albert Ayler e Ornette Coleman, il gusto enarmonico dei compositori d’avanguardia e, spiriti sovrani, il virtuosismo, la follia, la dote, il talento, la maniera, l’incoscienza. E sta proprio qui tutto il divertimento nell’ascoltare “Celebrate”, dalle incessanti pause e ripartenze ritmiche di “Acorn” al diabolico intreccio libertino di “The 199 blues”, attraverso il gioco in chiave di basso di “Compost fly”, la progressione psichedelica e indianeggiante di “Saladin” e l’inspirazione pneumatica di “Kailash”. L’idea di un jazz sociale – per dirla alla Charlie Haden – si alleggerisce qui di qualsivoglia sovrastruttura propagandistica, lasciando intatto quello spirito di emancipazione e solidarietà caratteristico del free jazz lutherkingiano.

Questi tre musicisti di comprovata esperienza sul campo, provenienti da territori europei diversi, nutrono una passione comune per le forme astratte del jazz, che astratto lo è di per sé. Le direttrici futuriste di Balla, il punto/linea/superficie minimale di Kandinsky, la decostruzione teorizzata da Jacques Derrida e il dada di Tristan Tzara: tutto si alterna in “Celebrate” a formare quel miscuglio anarchico e gioviale che va sotto il nome di musica-colore. Dunque un bel disco, colorato e pieno di sorprese, confermando quanto il free jazz sappia farsi amare/odiare per la sua assoluta mancanza di disciplina.

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