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R Recensione

6/10

Khruangbin & Leon Bridges

Texas Sun [EP]

Il piano originale, con ogni probabilità, era quello di approfittare dell’onda lunga di un tour condiviso negli States, fissare su disco una manciata di brani inediti (dedicati al Texas, dicono loro: più verosimilmente, una scusa per tornare a suonare assieme dal vivo, ci permettiamo di aggiungere noi) e riaggiornare le agende all’estate ventura, in attesa del quarto full length del trio di Houston (“Mordechai”, salvo ulteriori slittamenti, dovrebbe arrivare verso fine giugno). È poi successo quel che tutti sappiamo. Male per il prodigio del neo-soul Leon Bridges, forse ancora peggio per i Khruangbin. Per noi ascoltatori, aldilà di tutta la possibile empatia umana verso i musicisti, un’opportunità per giudicare “Texas Sun” al di fuori del suo primario contesto di ricezione: una prospettiva inedita, che da un lato ne esalta i punti di forza, dall’altro ne rileva le debolezze.

Cominciamo dai primi. “Midnight” è una canzone superlativa: un funk in punta di piedi, sinuoso, dai riflessi crepuscolari, uno specchio d’acqua immota interpretato con il piglio di un dimenticato classico r’n’b sul quale si agitino le increspature della pedal steel di Will Van Horn. È questo, peraltro, l’unico momento in cui la collaborazione rinuncia all’atomismo personalistico per riscoprirsi organismo monadico, un corpo solo verso un unico obiettivo: una magia che sboccia, ad intermittenza, anche nelle rotondità dub-lounge di una “C-Side” in cui Bridges sembra fare per un attimo il verso a Dan Auerbach. Il carattere estemporaneo della collaborazione, tuttavia, si rivela con particolare chiarezza nella title track d’apertura (mexican lonerism tra Neil Young e Ry Cooder che incappa in qualche stereotipo di troppo) e, a livello di cura formale, nella più lunga “Conversion”, una sdilinquente ballata di americana on the road dal variopinto diorama strumentale, ma fin troppo impostata nel cantato su tonalità di vecchieggiante pathos quasi-AOR.

La curiosità di sentire un disco intero a quattro mani, considerata la qualità degli episodi di rilievo, rimane alta, ma “Texas Sun” non è il lasciapassare di lusso che, forse ingenuamente, si sperava già di ascoltare.

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