R Recensione

8/10

Mahavishnu Orchestra

Birds Of Fire

Il nome di John Mclaughlin, chitarrista nativo dell’Inghilterra del nord oggi settantunenne, al presente non dice molto agli appassionati di musica, esclusi i cultori del jazz. L’ultimo, vero momento di notorietà globale lo ebbe negli anni ottanta, agli inizi dell’avventura in trio acustico col maestro di flamenco Paco de Lucia ed il virtuoso chitarrista-mitraglietta Al di Meola, in gara per buona parte del tempo a chi riusciva a infilare più note in un secondo, in pirotecniche improvvisazioni ed estenuanti botta e risposta.

 

Negli anni settanta invece la sua musica è andata a genio ad un pubblico molto più vasto ed eterogeneo, costituendo un ammirato punto di riferimento, seguìto e riverito in tutte le proprie iniziative a valle delle formative collaborazioni di fine anni sessanta con Miles Davis, a partire dai primi dischi da solista e finendo col gruppo multietnico Shakti, che lo vedeva evoluire contornato da preparatissimi musicisti indiani. Il centro focale di carriera di quel decennio resta però la Mahavishnu Orchestra, un quintetto strumentale che nella sua edizione migliore lo ha visto affiancato da batteria, basso, tastiere e violino elettrico e per il quale si dovette definitivamente sdoganare la definizione di un nuovo genere musicale: la fusion.

 

Mahavishnu (“Meraviglioso Vishnu”, un dio indiano) è il nome indiano di John, assunto dopo l’avvicinamento alla dottrina induista del guru Sri Chinmoy: fede, filosofia e stile di vita mai più rinnegati e che ancor oggi accompagnano il suo pensiero e visione del mondo. Tutto ciò, insieme all’aspetto particolarmente mansueto, da anonimo impiegato di banca lontano anni luce dagli stereotipi dell’artista dissoluto ed eccessivo, ha da sempre creato un curioso contrasto col suo stile chitarristico, così fulminante e rapido, antesignano del cosiddetto shredding affermatosi in seguito in ambiente heavy metal.

 

Nei primi anni settanta McLaughlin, col suo ciuffo ben pettinato da insegnante di matematica e la sua educazione jazz, era il più veloce plettratore al mondo e tutti i chitarristi interessati al lato tecnico e “ginnico” del suonare, rocchettari e metallari in primis, si ingegnarono di carpirne i segreti. Altri solisti del tempo (Allan Holdsworth, il povero Ollie Halsall…) avevano raggiunto ed anche superato la sua… diciamo “alta frequenza esecutiva”, ma utilizzando ampiamente la tecnica del legato, ossia prendendo più note con un’unica pennata.

 

Nello stile di John, invece, ad ogni nota una pennata, rigorosamente: tenendo fermo il polso e utilizzando i prodigiosi muscoli e tendini dell’avambraccio, questa rilassata mitragliatrice umana strabiliava e strabilia ancora ascoltatori e spettatori con gragnuole di note tanto fitte da rendere di difficoltosa individuazione le esotiche scale, le difficili e raffinate armonizzazioni, i  colti guizzi melodici raccolti su e giù per le sei corde.

 

Convinto dallo stesso Davis ad osare nella direzione del rock, nel 1972 McLaughlin intese di alzare decisamente volume e distorsione del suo amplificatore, sostenuto dalla formidabile macchina del ritmo Billy Cobham, un nero panamense in possesso di tecnica perfetta e senso del ritmo ineccepibile, ma anche di potenza e attacco notevoli su piatti e pelli. La sezione ritmica era rifinita dal discreto bassista irlandese Rick Laird, mentre a dialogare degnamente in velocità e destrezza col leader ci pensavano due grandiosi solisti: il violinista americano Jerry Goodman (proveniente dai Flock) ed il pianista ceco Jan Hammer. Insomma, cinque grandi musicisti di cinque paesi diversi, accomunati dal progetto di rendere spettacolare e rumoroso il jazz, contaminandolo con timbri ed esagerazioni a prestito dal rock.        

 

Intrigato poi dal suono avvolgente e risonante della dodici corde elettrica, McLaughlin dismise per l’occasione il fido Les Paul e prese a imbracciare un’altra Gibson, la  “diavoletto” a doppio manico, la stessa di Jimmy Page (“Stairway to Heaven, The Song Remains the Same, “The Rain Song”), impiegandola per dare il massimo risalto ad amplissimi e melodici arpeggi, sostenuti dal sublime ritmo rotolante e inarrestabile di Cobham; tappeti sonori poi solcati da squarci di violino elettrico e rabbiosi break di pianoforte elettrico o di minimoog fin tanto che il leader, passando al manico inferiore dello strumento e inserendo l’overdrive, si prendeva a sua volta il proscenio solista. Era musica strumentale con le strutture del jazz (tema, sviluppo, assoli, ritorno al tema, chiusura) ma con suoni, cattiveria, estetica decisamente rock, con una componente epidermica, flashy come dicono gli anglosassoni, in grado di attrarre anche chi il jazz proprio non se lo filava.

 

Quest’album è stato il vertice, quantomeno commerciale, della Mahavishnu Orchestra ma anche l’inizio della sua decadenza. Il tempo di assaporare il successo su discreta scala che Goodman e Hammer presero a litigare col capo banda, poiché pretendeva di continuare ad essere l’unico compositore nell’Orchestra. Col risultato di interrompere le registrazioni del successore di quest’album, recuperate solo nel 1999 in un’uscita postuma (“The Lost Trident Sessions”). Per onorare il contratto con la casa discografica uscì invece, nello stesso anno di “Birds of Fire”, il disco dal vivo “Between Nothingness and Eternity”, contenente tre delle composizioni poi abortite in studio, ma già ben sviluppate e sottoposte al test dei concerti.

 

Per inciso, il tastierista Hammer è lo stesso che in seguito ha fatto un pacco di soldi con le colonne sonore (“Miami Vice” la più nota). McLaughlin rifondò subito la Mahavishnu Orchestra con Jean Luc Ponty al violino, e poi ancora negli anni ottanta in quartetto chitarra basso batteria e sax, ma senza più intercettare successo e seguito ricevuti da questa edizione del progetto, di cui questo disco resta l’emblema.

V Voti

Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 7 voti.
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lev 8,5/10
swansong 8,5/10
B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10

C Commenti

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FrancescoB alle 15:26 del 10 maggio 2013 ha scritto:

Bella recensione per un lavoro infuocato e di enorme efficacia. PierPa impeccabile.

lev (ha votato 8,5 questo disco) alle 22:31 del 15 maggio 2013 ha scritto:

già, disco davvero infuocato. anni fa gli avrei dato dieci, ma resta comunque un signor disco. primi due pezzi stratosferici!

Utente non più registrato alle 20:51 del 29 ottobre 2013 ha scritto:

Autentico genio e virtuoso della chitarra, disco fantastico insieme a The inner mounting flame.

Lo ricordo molto volentieri, oltre che con il grandioso Miles Davis "elettrico", nell'altro infuocato gruppo seminale del jazz-rock: i Lifetime del batterista Tony Williams.

swansong (ha votato 8,5 questo disco) alle 17:35 del 30 ottobre 2013 ha scritto:

Grazie VDGG! E tu sai perché!....disco stellare. Punto.