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R Recensione

6/10

The Aristocrats

Culture Clash

Culture clash” è il secondo album degli Aristocrats, trio strumentale fusion composto da Guthrie Govan (chitarra), Bryan Beller (basso) e Marco Minnemann (batteria). Alcuni dicono che al momento la band sia «[…] l’ensemble musicale tecnicamente più evoluto e musicalmente coraggioso presente al mondo». Sta di certo che un britannico, un americano e un tedesco che si ritrovano assieme per dar vita a questa fusione di rock jazzistico è un evento raro dal punto di vista dell’immagine e seminale dal punto di vista delle culture di provenienza. “Culture clash” è certamente un gradino più in alto del precedente self-titled e vede una band in pieno tumulto creativo, con una musa ispiratrice in grande spolvero. E senza prendersi troppo sul serio, gli Aristocrats hanno deciso di mescolare tutti i loro personali stili per dar vita a qualcosa di delizioso, seppur all’interno dell’inflazionato universo fusion. Una scelta aristocratica quanto impegnativa, una prova di forza che certamente li pone tra i migliori – come dicevamo in apertura – polistrumentisti a livello internazionale.

Il disco consta di nove brani e comincia con “Dance of the aristocrats”, che presenta un arrangiamento mostruoso, coadiuvato da palesi inserti elettronici, con gli assoli alla Charvel tecnicamente ineccepibili. La title-track, dapprima cupa, pian piano si sviluppa progressivamente, aprendosi ad esplosioni sonore ed improvvisazioni davvero magistrali; “Louisville stomp” si presenta invece come un esercizio di stile, perfetto ma anonimo, con cessioni belle e buone al rockabilly e al jazz classico; “Ohhh nooo” è molto funky; “Gaping head woud” fa tornare alla mente il Frank Zappa di “Jazz from hell”, sicuramente uno dei brani più affascinanti dell’intero disco. “Desert tornado” si muove tra climi horror e scordature di chitarra, il tutto dimostrando un notevole interplay; “Cocktail umbrellas” è canone fusion, virtuosismo e talento, tecnica strumentale e affiatamento di gruppo; “Living the dream” ostenta un risvolto metal molto vicino negli stilemi ai Dream Theater. È qui che i curricula dei nostri vengon fuori in tutta la loro solidità: Bryan Beller ha suonato nientepopodimeno che con Steve Vai, sì, proprio lui, quello di “For the love of God”; Marco Minnemann ha lavorato con Steven Wilson e Joe Satriani; Bryan Beller con i tedeschi Necrophagist. Infine è la volta di “And finally”, con un mood decisamente più pacifico e rarefatto, pur mantenendo intatta quella poetica metheniana costruita sulla fantasia della chitarra.

Culture clash” è un disco scritto, arrangiato e suonato in maniera esemplare, come pochi al mondo sanno fare. Ma sorge spontanea la domanda se basti il virtuosismo a rendere artisticamente valido un prodotto discografico: secondo chi scrive no. Dunque, se a livello strumentale il disco è da 9, sul piano squisitamente artistico non supera il 4. Fate voi i conti.

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