R Recensione

9/10

Gravitar

Now the Road of Knives

Mentre mi accingo a scrivere di questo disco,  ne guardo rapito la copertina: due figure che si direbbero femminili, spigolose, mostruose, dall’aspetto più che minaccioso  e dipinte di deliranti accostamenti cromatici, quasi come ad avvisare l’ascoltatore ignaro che da queste parti non ci sia compromesso alcuno. Uno dei dischi più importanti per quanto concerne non solo la musica estrema, ma anche la musica popolare nella sua interezza, si presenta eloquente fin da subito, fin da prima che lo si ascolti. Eppure riesce nondimeno a sedurre, seduce la promessa del massacro imminente o quella di un viaggio all’inferno, di una possibile epifania da afferrare con la disperazione di chi sa di non poter sprofondare ancora di più.

I Gravitar nascono in Michigan nei primi anni ’90. Gli inizi della band, tolto qualche aneddoto raccontato dagli stessi membri nelle poche interviste reperibili, sono pressoché avvolti nel mistero. Band conosciuta da pochi più che i semplici addetti ai lavori, di loro non si hanno che misere testimonianze: nessun video sulla rete che possa testimoniare la loro dimensione più autentica, ossia il live, massacrante cut-up di jam free noise, poche riviste specializzate su scala mondiale ne parlano. Va un po’ meglio per quanto riguarda reperire i loro dischi, che si trovano su internet a prezzi accettabili, anche nuovi in certi casi. Troppo poco comunque per un combo fondamentale come questo, che a onor del vero si sta rivalutando anche dalle nostre parti, seppure di recente.

Eric Cook, batterista geniale e monumentale (in tutta probabilità tra i primi 5 degli ultimi vent’anni) e il chitarrista Harold Richardson, sono il perno attorno al quale ruota il progetto agli inizi, sebbene è con l’arrivo di Geoff Walker (chitarra e clarinetto) che la band inizia a fare sul serio. In particolare quest’ultimo riesce a sintetizzare le anime irrequiete eppure distanti dei due compagni: laddove Cook  declina la violenza con austerità e freddezza geometriche, Richardson è l’autentica anima psichedelica. Walker, oltre che ottimo compromesso fra i due, funge da complemento necessario e sarà colui che con più decisione, porterà il complesso a virare verso lidi free jazz.

Le distese del Michigan, i loro silenzi, quell’anticamera di paradiso sulla terra, non possono che essere la cassa di risonanza dell’inferno più puro mai scatenato in musica: i nostri si ritrovano in maniera pressoché costante a suonare per le ore più improbabili, dati gli impegni universitari e le distanze, tour-de-force narcolettici che durano tutta la notte, fino al sorgere del sole. Da queste jam prive di forma e nome, dalle quali la loro musica scaturisce come una massa modellabile secondo qualsiasi istanza umorale.  A queste inizialmente prende parte l’amico John D’Agostini nelle vesti di bassista e “collaboratore” della band, che per i primi due album farà a meno di una vera e propria produzione. John mette a disposizione gli Electric Landlandy Studios per le scorribande dei tre, dalle cui furiose jam, totalmente improvvisate in presa diretta, nasceranno i primi due album dei Gravitar, che pur con i vari distinguo del caso, possono considerarsi come un flusso unico, nel quale varia il bilanciamento della disciplina.

Gli album in questione, “Chinga su Corazon” e “Gravitaativarravitar”, pur privi di struttura e del tutto avvolti da una cappa lisergica atta all’obnubilamento, fan si che emergano le varie influenze: i Gravitar sono stati spesso accostati ai Dead C, coi quali presentano alcune analogie innegabili come la comune matrice free psych, sebbene dall’epicentro dei Gravitar sulla terra si tracci una verticale che porti il terremoto presso le distanze siderali. Infatti, i nostri nutrono aberrazioni space rock tout court, le quali se alle volte smorzano l’eccessiva divagazione free, spesso e volentieri danno ai brani la sembianza di buchi neri che centrifugano la musica stessa. Oltretutto i neozelandesi presentano un autentico approccio teorico e di ricerca, non solo mero professionismo, che nei Gravitar si troveranno in minima parte e soltanto sul finire di carriera.

A ben vedere sono altri i legami di parentela della band di Walker; lo space rock degli Hawkwind ed il free form dei Red Crayola vengono tritati in maniera disumana e ciò che ne resta si fa una gran bella scopata con i primi Chrome. Insomma, psichedelia e musica industriale portati alle loro conseguenze estreme, privati del tutto di un infinitesimo di struttura e votati al deliquio: in questo, si noti la vicinanza (più o meno relativa) con la scuola noise inglese di Splintered e soprattutto Skullflower, coi quali condividono un piglio visionario che li emancipa del tutto dal noise rock statunitense di quegli anni, la cui violenza è troppo incanalata nella forma canzone per farne un accostamento (dato che la sperimentazione fa assai spesso capolino tra le pieghe devastate dei brani si possono citare senza remore pure i Terminal Cheesecake).  Il primo album “Chinga su Corazon" in particolare segue siffatto “non-canovaccio”: libertà assoluta di devastare, impro visceralmente dionisiaco. Il secondo, omonimo album, oltre a confermare in gran parte queste istanze, muove ancor più verso la musica industriale inasprendo la violenza delle loro jam, nelle quali svetta il lavoraccio di raccordo di un tale flusso magmatico ad opera di Eric Cook, l’unico in grado di dare un impressione vaga di struttura, giacché Walker è sempre più proteso alla distruzione ed alla destrutturazione, mentre Richardson è quello maggiormente votato ad una sorta di barocchismo psichedelico, pur anch’esso declinato al noise.

Questi due album, mettono a fuoco tuttavia alcuni degli elementi che, poi disciplinati, avranno modo di costituire la pur (piccolissima …) fortuna della band: la loro fusione a freddo efferata di gran parte degli idiomi estremi della musica popolare può dirsi, pur non ancora perfetta, già sulla buona strada. I live si susseguono furibondi, all’insegna del devasto più feroce, le loro performance allargano la concezione stessa di concerto rock, sebbene in queste i diversi sperimentalismi di Geoff vengano di sovente smorzati dall’impronta smaccatamente space del loro jamming, ai quali ormai partecipa quasi in pianta stabile anche il fratello minore di Walker, Mike, forte di un chitarrismo maggiormente ritmico e memore del noise rock “classico”, oltre che del “Pigfuck” (termine un po’ infruttuoso a dire il vero, coniato dal giornalista Robert Christgau su Village Voice, che prevede una schiera di band più o meno celebri in ambito noise rock e garage anni ’80) e delle sue svariate filiazioni, ma anche dell’hard-rock, pur presentando rozze accelerazioni  post-grunge e rallentamenti stoner melvinsiani : uno stile di chitarra che si fonde a meraviglia con le svariate complessità dei membri ufficiali della band.

Tuttavia, proprio quando le cose sembrano girare per il meglio, accade che Harold Richardson lascia la band in circostanze non del tutto chiarite, scompaginando l’equilibrio consolidatosi. L’artefice di un suono “più psichedelico possibile”, ma anche colui che più di tutti ha voluto che Gravitar fosse il nome della band, viene sostituito in pianta stabile dal rodato Mike Walker, che si dimostrerà da subito all’altezza della situazione. Da qui inizia la travagliata gestazione di quello che sarà il loro terzo album (di mezzo il più che discreto split “It’s An Idiot Life”, registrato coi Nicodemus), per il quale i nostri son costretti a mischiare una volta per tutte le carte in tavola.

Eric racconta di come sia stato difficile sceglierne il titolo – che poi sarà ricordato per essere uno dei più belli e mirati nella storia del rock; i problemi personali tra Harold e gli altri vengono trasfigurati in coltelli affilati, i quali fendono il cammino che i Gravitar intendono continuare a percorrere: da qui “Now The Road Of Knives”, la dipartita del primo chitarrista è metaforizzata in una serie di tagli, oppure in un unico taglio col passato prossimo. I Gravitar infatti, prendono coscienza di loro stessi, e delle possibilità ancora inespresse della loro musica, che va revisionata nell’ottica di un lavoro maggiormente rigoroso in studio, modalità per loro del tutto inedita, che si rivelerà la mossa vicenda per far levitare la qualità del loro sound.

L’amico D’Agostini è sempre della partita (del resto, quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare), ma questa volta viene coaduviato da un professionista della produzione come Warren Defever (anch’egli fondamentale per la ridefinizione della loro musica, forte d’un approccio più rigoroso e saldo, mentre l’ex bassista della band sarà molto importante durante la fase di scrematura e semplificazione della stratificazione del muro di suono), noto per essere titolare del progetto His Name Is Alive, mago dell’elettro-acustica, e produttore per Low, Thurston Moore e Califone, tra gli altri.

Essenziali senza per questo essere scarni, i nuovi Gravitar raggiungono in tutta probabilità lo zenith di una carriera strepitosa. Sempre privi di basso e senza l’apporto di Richardson, l’utilizzo dei pedali si fa sempre più massiccio. Le sessions sono infuocate, i nostri son carichi e forti del nuovo corso – Mike Walker, in un breve scambio di mail ha avuto modo di raccontarmi che non c’era niente di più eccitante che scatenare quell’inferno. Le loro masse sonore non sono mai state così coese, raggiungendo un grado altissimo di equilibrio tra improvvisazione, rumore, folate harsh, psichedelia, space jamming, industrial, free jazz, ma anche japanoise (!): una summa espressiva ed estetica senza precedenti.

Now the Road of Knives” (Charnel Music, 1997) parte subito fortissimo e diretto. “McCoy” è un assaggio sublime della loro operazione di sintesi, oltre che una bella mazzata a freddo.  Parte lenta e cadenzata per poi squarciarsi in una serie concatenata di droni supersonici, riproduzioni pressoché fedeli di una tempesta di buchi neri in successione. Pedali e ancora pedali. I Walker fraseggiano a meraviglia, Cook riesce a tenere tutto assieme con nonchalance da spavento. Una collisione interstellare, forse. Sibili ed esplosioni , risucchi. Intorno ai dieci secondi dopo il minuto, l’ascensione, poi la ripresa del motivo iniziale, serrata, sempre più violenta, introdotto da uno squarcio di psichedelia pura. Ed è solo l’inizio. Si gioca subito pesante e ci si perde, poi , altra folata stridente; prima dei tre minuti, ancora un grande Cook, protagonista della scena, poi le chitarre effettate se le danno di brutta maniera fino a dissolversi nelle ctonie dello spazio.

Real II” prosegue idealmente il massacro, da una ripartenza space rock all’ennesima potenza. Forse il loro tour-de-force più estenuante, una cavalcata devastante, nella quale si fa davvero fatica a riconoscere tutte le influenze: Chrome? Hendrix? Borbetomagus? Harry Pussy? Mah, il pezzo trivella che è una bellezza, scuote le viscere, squarcia l’uomo, e verso i sette minuti si apre ad inaspettate divagazioni industrial (incredibile cosa può fare un genio del batterismo come Cook) degne dei Neubauten di Zeichnungen des Patienten OT, ma ripulite il giusto. Un batterista sempre più stratosferico apre le porte sull’infinito, seguito dalle cozzaglie di stridori degli affiatatissimi fratelli Walker; ci si impenna, ma non si sa verso dove. Eric impazzisce, picchia quanto e più di un Keith Moon in radioattività. La coda finale è un crescendo di intensità indicibile: Wagner avrebbe suonato le chitarre in questa maniera, con questi pedali digitech, con questa foga, con questo titanismo. Si rallenta un pochino, il vortice delle chitarre riparte per la chiusa finale, harsh psichedelico, tribalismo, loop, fenditure nell’anima.

La loro musica è fatta di visioni che si spalancano inaspettate: “Leelanau” si riallaccia alle derive coeve del post rock e al free jazz. Sincopi che preludono ad un’anticipata marcia funebre, clarinetto atonale  ad allargare la visione che via via si sta delineando. Autentico gotico dell’anima, con chitarre che, a guisa di trapano, fendono un muro di suono mai così variegato. Cook non ha certo bisogno di conferme, ma in un marasma del genere riesce ad emergere ancora una volta, districandosi tra gli strati di dissonanze, con un grado di precisione e potenza che molti batteristi presunti virtuosi potrebbero a stento sognarsi (altro che metal!). L’asse portante del pezzo è ancora lui, i fiati di Geoff e le chitarre si librano mai sazi di empireo:  si spengono poi, sibilanti e lamentosi, ancora nel suo battito.

Il disco, forte di un trittico iniziale impressionante, presenta quattro pezzi  senza titolo che accrescono ulteriormente la cifra stilistica che la band vuole perseguire; avvolti da una lieve patina residentsiana, i frammenti sembrano rincorrersi sconclusionati per poi costituire quasi un raccordo inscritto nel flusso circolare dell’album, una concatenazione di piccolissime piece di impro noise dadaista.

Nelcotte” , con efferate accelerazioni nucleari di chitarre, può di diritto candidarsi come uno dei brani più violenti del lotto, pur con incipit post-tutto trasportato da un drone a basso volume, e picchiettato di nuove dinamiche percussive: le chitarre entrano singhiozzanti, poi l’esplosione, con i fratelli Walker sugli scudi. Qualche divagazione psichedelica di mezzo,  scroscianti cascate harsh, turbinii di emozioni basse e contrastanti, fino al collasso finale.

Memori della lezione degli Slint, anche loro lavorano sui timbri, scossi e deformati all’inverosimile, sulle dinamiche ritmiche, che data l’assenza di basso vengono traghettate per lo più da Eric Cook, spesso supportato dal solerte Mike Walker, sulle atmosfere. Il lavoro di studio si dimostra puntiglioso più di quanto ci si aspettasse, le mani di D’Agostini e soprattutto Defever son in bella evidenza anche in “Catadrone”, forse il nadir infernale della discografia dei Gravitar. Come immerse in un lago ghiacciato del più profondo inferno, le chitarre si incontrano e danno l’impressione di una fusione inscindibile, che si consolida con l’andare del brano. Le solite scosse di psichedelia industriale arricchiscono l’andamento di un brano ove si odono, seppur distanti, echi dei Dead C più monocordi, sodomizzati da una serie di arabeschi space rock. Lo scontro è violentissimo, Prurient deve essersi ascoltato questo disco più di una volta.

Uno dei pezzi senza titolo, per solo clarinetto, costituisce un tuttuno con “I Know”, altra prova di forza dei Gravitar; laddove prima si era giocato principalmente sulle tempeste telluriche delle chitarre, su pedali di ogni sorta e sulla maestria di uno dei più grandi divoratori di pelli della storia, ora si cerca di dare maggior risalto alle atmosfere – il disco sembra essere giunto ad un punto di non ritorno; i fiati preludono ad un loop di canto sciamanico, o più semplicemente un lamento sconnesso. “I Know” viene ripetuto ad libitum, mentre le chitarre e la batteria stentano volutamente il loro andamento, che cresce lento ed inesorabile, fino ad una devianza free jazz industriale che pare promettere una nuova direzione, e invece si sopisce tra le urla di Geoff. Si passa in rassegna verso l’abisso, e si ha la sensazione di esserne chiamati.

Brain Circus” riporta il disco sui binari di consueta violenza, potrebbe essere il loro pezzo hardcore, se non fosse che s’apre a disturbi di frequenze e ad un drumming stellare, cui le chitarre stavolta devono inchinarsi, e “G’s Dub” allarga in maniera sentita i loro orizzonti verso sonorità altre: dub, beninteso, ma alla loro maniera, e colpisce davvero come riescano ad impossessarsi di qualsiasi genere senza perdere la loro identità e la loro freschezza esecutiva. Un colpo di genio che alza notevolmente il livello dell’album, al quale più nessuno avrebbe il coraggio di chiedere niente.

E invece, “Sleep Not With Those Ugly Shakes, But Steal The Diamond From Her Shadow” fa si che i nostri non abbassino la guardia. Prosecuzione ideale di “I Know” e con ancora il clarinetto di Geoff ad incantare un ascoltatore di per sé già piuttosto attonito , regala altri sprazzi di sperimentazione, droni sotterranei, aperture sottocutanee, ritmi spezzati, aberrazioni industrial ed una quiete solo apparente. “Christmas Only Comes Once, Ever”, si apre come un occhio del ciclone: siamo convinti di trovarci al centro, eppure ne veniamo travolti come se stessimo per perdere tutto. Altra tempesta dronica, ormai si spera di arrivare vivi per la fine del disco, dato che il pezzo si sviluppa in corsa come uno dei loro paradigmatici massacri space, pur inframmezzato da chissà cos’altro. Sembra che i nostri vogliano sfidare la concezione stessa di limite, riuscendoci per il rotto della cuffia e uscendone ancora una volta a testa alta. Altissima.

+LEE+19357-039” inizia da dove termina “Christmas Only Comes Once, Ever”, ma al concerto di rumori assortiti si sostituisce presto una delle loro memorabili narcosi, ancora una volta sporcata di effetti e detonazioni :  si viaggia con estrema lentezza, quanto si è esausti. Ci si ritrova al punto più basso dell’inferno, col volto all’ingiù, riverso in uno specchio di ghiaccio - ascoltatela verso le sei del mattino, al ritorno da una serataccia, e vi si schiuderà appieno. Questo è anche il brano che più di tutti avrà modo di mostrare la strada maestra ai Gravitar del futuro, quelli dell’ingiustamente sottovalutato Edifier.

Ribadendo la loro importanza nell’ambito (molto spesso bistrattato) della musica estrema, dei cui linguaggi  a diritto compiono una fusione mirabile e imprescindibile, i Gravitar riescono, inoltre, ad emergere dalla pastoia della mera improvvisazione, strutturando un minimo i loro deliri psicotici e generando inconsapevolmente una nutrita nidiata di validi noisers, molti dei quali proprio trapiantati in Michigan come i celeberrimi Wolf Eyes (che accentueranno le intuizioni ambient che pur non latitavano del tutto nei Gravitar), peraltro piuttosto apprezzati da Geoff Walker, e fautori di una nuova deriva della distruzione in musica. I Gravitar tuttavia, hanno avuto il grandissimo merito di essere fra i padri putativi della scena (come e più degli Universal Indians), anticipandone persino il formato, ossia la dispersione discografica, la pubblicazione di cassette a tiratura limitata, split e collaborazioni varie (modalità attraverso la quale molti noisers odierni, da Prurient ai Wolf Eyes, han costruito una sorta di culto). La dimensione dei Gravitar del resto, come ha avuto modo di ricordare il sempre lodato Roberto Canella, è sempre stata quella del sotterraneo, per cui non ci si stupisce più di tanto del fatto che il pubblico e quasi tutta la critica non si siano accorti di quanto accadesse in Michigan.  Dopo lo scioglimento i nostri son stati dati per dispersi per un po’, da autentici cani sciolti: Eric Cook ha sfogato le proprie libidini maniacali specie nel progetto elettronico Persona (dal film di Bergman? Chissà…), Mike ha cazzeggiato alla grande e continuato a trarre gioia e divertimento da qualsiasi cosa suonasse, Geoff si è dato in veste di mentore ad una serie interminabile di progetti  (come El Bombastico con il fedele John D’Agostini), consolidando il suo ruolo di gran maestro del nuovo noise, qualora ce ne fosse ancora bisogno.

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krikka 4/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 3:02 del 22 agosto 2009 ha scritto:

Recensione da adottare come libro di testo all'esame di storia dei trattati eh eh eh....

bob k alle 23:44 del 16 settembre 2009 ha scritto:

thanks so much

beh, ringrazio del sempre lodato. michele, stasera sarai con me nel regno dei cieli...

Michael Stich, autore, alle 9:05 del 17 settembre 2009 ha scritto:

RE: thanks so much

Beh, non prenderla per piaggeria, ma sei l'unico che in Italia ha parlato adeguatamente dei Gravitar, per cui... grazie a te ... tuttalpiù nel paradiso della devastazione sonica. E son d'accordo con te anche quando scrivi che lo split con gli Universal Indians sia di assoluto valore.

bob k alle 11:21 del 17 settembre 2009 ha scritto:

ok, grazie prego e non c'è di che. sì, negli anni '90 ci sono stati pochi gruppi così avanti nel noise "rock", soprattutto se consideri quello che si suonava ai tempi. fra l'altro usavano dei pedali sfigatissimi, tipo da supermercato, non robe di marca eccelsa o modificati. niente trucchetti insomma. era uscito un doppio box riassuntivo rarissimo anni fa con tutta la discografia ma vallo a trovare...

Michael Stich, autore, alle 11:26 del 17 settembre 2009 ha scritto:

si, avevo sentito una cosa del genere, mi pare di averne parlato con Mike... mah, mi accontento di avere i loro album in studio originali. la storia dei pedali è sintomatica, ma come dici tu lascia pure intravedere il vero talento musicale del combo. non solo rumore insomma.

sarah alle 13:51 del 17 settembre 2009 ha scritto:

cavolo, mi fate sentire davvero ignorante....

bob k alle 14:25 del 17 settembre 2009 ha scritto:

non ti preoccupare, l'ignoranza è ben altra. anzi, uno fa sempre in tempo a recuperare... per il resto ottimo avere i cd originali, hai fatto benissimo. per anni sono stati solo import, maledetti loro...

Michael Stich, autore, alle 14:51 del 17 settembre 2009 ha scritto:

Eh a chi lo dici... nonostante la mia relativamente giovane età (22) e pur conoscendoli da tempo (5 anni), son riuscito a completare la collezione degli album in studio solo quest'estate (a volte li trovavo a prezzi esorbitanti, insostenibili per uno studente). ora li vendono nuovi a pochissimo pure sul sito della crucial blast, insomma, qualcosa si muove. poi questa è musica che il supporto analogico riesce ad esaltare a dovere.

bob k alle 15:20 del 17 settembre 2009 ha scritto:

ottimo! io li conobbi all'incirca alla tua età... gli anni passano. ho una copia in più di quella cassetta finale che però si frantumò nel viaggio, quindi se vuoi m'è rimasta la custodia e poi te la duplichi...

Michael Stich, autore, alle 15:26 del 17 settembre 2009 ha scritto:

che cassetta? qualche rarità assoluta immagino... bella anche la tua intervista, dettagliata, incisiva. son anche io del parere che edifier sia sottovalutatissimo (copertina grandiosa tra l'altro)

Michael Stich, autore, alle 21:18 del 17 settembre 2009 ha scritto:

Ma come mai non avete messo almeno uno dei Gravitar nei 600 di Blow Up?

bob k alle 14:52 del 18 settembre 2009 ha scritto:

bella domanda... si sono preferiti altri dischi noise. forse rimedieremo con la prossima edizione, ma non assicuro niente. io non sono nella stanza dei bottoni...

Michael Stich, autore, alle 23:12 del 18 settembre 2009 ha scritto:

E Roberto, ti capisco... dici che anche lo spilt coi Nicodemus merita?

bob k alle 10:12 del 19 settembre 2009 ha scritto:

non lo ricordo benissimo, dovrei riascoltarlo. anceh quello vinile difficile da trovare e che infatti trovai per caso...

Michael Stich, autore, alle 10:58 del 19 settembre 2009 ha scritto:

Quello coi Nicodemus non riesco a trovarlo, o meglio, lo avevo reperito per caso su di un blog, ma poi l'ho perso e... mah. Non ricordo bene a dire il vero, ma quello con gli Universal Indians è di livello, Automaton e Vivian son brani che vivono di luce propria.