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8/10

Avantdale Bowling Club

Avantdale Bowling Club

Questo sarà anche jazz irrilevante che arriva da un'isola altrettanto irrilevante posta al largo dall'Antartico (la Nuova Zelanda), come proclama un Tom Scott capzioso mentre strizza l'occhio, ma personalmente ho già incoronato il debutto del progetto Avantdale Bowling Club datato 2018 come capolavoro, e oggi affermo che la sua versione live (che peraltro include un brano nuovo e diverse variazioni) non è da meno. Anzi.

Nell'estetica di Scott affluiscono un po' tutte le correnti che hanno trasformato l'ultimo decennio in una marcia trionfale per molta BAM, oltre che il jazz sui generis in un fenomeno pluricentrico (New York, Chicago, la California e oggi soprattutto Londra; metropoli cui si aggiungono i diamanti grezzi sparati nell'etere dell'emisfero australe). Non è stato semplicissimo ricostruire le tappe della sua carriera, perché se srotoliamo la mappa delle metamorfosi di Scott c'è da restare allibiti: il progetto Avantdale, però, per quanto mi consta si stacca da tutti quelli collaterali perché porta a compimento una mirabile operazione che è allo stesso tempo sintetica e archetipica.

Live” farebbe la sua figura anche nel vasto panorama londinese perché la voce di Scott (in ogni senso) è immediatamente riconoscibile: se mai l'espressione jazz rap ha avuto un senso, Scott l'ha portata a un livello di sofisticazione quasi senza precedenti. Come se i Last Poets si svegliassero cinquant'anni più tardi, dopo aver assimilato tutto lo scibile jazz contemporaneo e decenni di hip hop: “To Live And Die In A.D.” è l'unica composizione originale e il grande proemio, con i fiati che scolpiscono un tema solenne e ritualistico, consentendo a Scott di allestire la prima arringa, una sorta di elegia autobiografica il cui flow è degno dei grandi maestri americani. Il finale galleggia in orbita free jazz (spettri di Kamasi) e il boato del pubblico palesa l'estremo appeal fisico della musica degli Avantdale Bowling Club, che dal vivo devono essere uno spettacolo quasi mistico (ancora, Kamasi e Robert Glasper che battono un cinque).

Il capolavoro “Years Gone By” rimescola gli stessi ingredienti con sorprendente efficacia: piano soul, il sassofono che volteggia aggiornando la sintassi del modal jazz (Coltrane smussa gli angoli e semplifica il discorso armonico), Tom che non perde un colpo anche quando rallenta il passo, declinando riflessioni più interessanti della media sul ruolo del tempo che passa e dimostrando un talento particolare sul piano immaginifico. L'avvocato Mark Costello e David Foster Wallace una trentina di anni fa hanno ipotizzato che il miglior rap sia uno dei fenomeni più significativi della poesia contemporanea, sotto ogni profilo (il meticciato tra cultura alta e bassa, il post-modernismo, la metrica, il lavorio incessante sul linguaggio e sulla sua decostruzione, le risonanze sociali) e Scott sembra riallacciarsi a quell'idea, rilanciando l'ipotesi (mai tramontata e anzi raffortazasi nel corso degli anni) di un hip hop colto.

F(r)iends”, a suo modo epica e glasperiana (le grida nel ritornello), è un altro tassello cruciale; Scott dilata le versioni disco e la cosa diventa un valore aggiunto soprattutto in “Water”, che trapianta nel 2020 il concetto di hip hop progressivo con i suoi quasi tredici minuti di durata, la struttura meandrica, gli africanismi della sezione ritmica (con tanto di solo di batteria che è afro-jazz puro), il gospel e le background voices quasi da barber shop. “Home”, che campiona Gil Scott-Heron, è il brillante capitolo conclusivo. Ecco il paragone più calzante: la miscela proteiforme di Scott evoca a tratti davvero il futurismo black del genio di Chicago.

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FrancescoB, autore, alle 11:05 del 31 maggio ha scritto:

Marco hai provato questo disco? Cosa ne pensi, nel caso?

Marco_Biasio alle 18:44 del primo giugno ha scritto:

Non ancora, ma è in wishlist!