Ben Sidran
Dylan Different
In copertina, un Ben Sidran infreddolito, timoroso ma risoluto, trattiene nella stretta del bavero l’insicurezza e la trepidazione per l’ardita operazione che si accinge a proporre. Sul retro un primo piano del maestro di Duluth, assorto, quasi accigliato, consapevolmente distante anche solo dall’idea di godere di una lusinghiera devozione.
Di fatto, ci troviamo di fronte ad un album tributo che spicca, prima ancora che per i contenuti, per la sincerità che lo pervade, per l’ammirazione che l’ha generato e per la profonda gratitudine che sembra promanare da ogni traccia, da ogni strumento. Di più, è un album jazz che coverizza Dylan: inusuale, quantomeno. Del perché il popolo jazz abbia da sempre ignorato Dylan (be’, qualche eccezione ovviamente c’è, vedi i lavori di Jamie Saft) Sidran ha una sua opinione: “Principalmente è perché le armonie non invogliano ad una rilettura jazz. Vedi, se togli le parole, cosa ti rimane?”. Che è un po’ il ribadire quel luogo comune per cui Dylan, ad oggi, sembra ancora essere soltanto la più intoccabile icona della protesta politicizzata, l’erede del Guthrie non mucisista piuttosto che del country blues di un Charley Patton o di un Blind Willie McTell.
Ben Sidran, evidentemente, la sua motivazione la lascia ai colleghi. Per sua stessa ammissione, da quarant’anni, egli sentiva il dovere di pagare il proprio debito musicale a Dylan. “Ero un fanatico del jazz”, dice, “ ma insieme a Kind Of Blue e A Love Supreme ascoltavo tutti gli album che Dylan pubblicava”.
Grande nome del jazz contemporaneo, noto ai più per la Space Cowboy di Steve Miller, pianista, organista e cantante, produttore di gente del calibro di Van Morrison e Diana Ross, Sidran investe qui tutta la sua maestria in una rilettura di dodici classici Dylaniani (undici del periodo 1963-79, uno solo, in apertura, tratto da Oh Mercy dell’89) che va ben oltre la semplice applicazione di un filtro be bop. A ben guardare, è più di una rilettura. Sidran prende le canzoni di Bob Dylan e semplicemente le fa sue: interpreta i testi col suo tono da crooner navigato e sardonico, indugia al limite del parlato, stravolge le metriche pur mantenendo nell’insieme un minimalismo rigoroso quanto in tutta apparenza spontaneo e rispettoso delle proprie radici, all’interno del quale si centellina con sapienza lo spazio concesso alle sortite soliste. Il disco scorre con un’uniformità fin eccessiva, muovendosi indolente fra il blues di Highway 61 Revisited, il funky di Subterranean Homesick Blues, le atmosfere da lounge bar di Knockin’ On Heaven’s Door, il solo piano e voce della conclusiva Blowin’ In The Wind.
L’ascolto, va da sé, è decisamente interessante. Un po’ meno scontato è il fatto che sia pure molto piacevole. Ma qui grande merito va ai musicisti coinvolti (Georgie Fame, Bob Malach e Michael Leonhart -già con gli Steely Dan- per dirne alcuni) e all’atmosfera rilassata che permea tutto il lavoro, indotta forse anche dall’ambiente rurale (una fattoria dell’Alsazia) scelto per la registrazione. Piace meno il senso di disillusione che pure, tra le note, filtra e si insinua malevolo in chi da Dylan ha ricevuto qualcosa in più della semplice musica. Dov’è la ruvidezza che quelle parole necessitano? Dov’è l’imperfezione che le rende credibili? Che fine ha fatto la vibrazione che quarant’anni fa sembrò poter cambiare il mondo? Be’, non c’è più. È stata controllata e reindirizzata progressivamente nel cassonetto dell’intrattenimento, così che il mondo, nelle stesse scellerate devianze contro cui ai tempi ci si scagliò, possa ancora oggi presentarsi immutato e rivendicare pure dei fumosi, ma a quanto pare convincenti, alibi. Un processo di dissoluzione dell’arte che ha trasformato il pericoloso lavoro di un genio, e il genio stesso, nella sicurezza di una innocua classicità. Una metamorfosi su cui la composta, lieve eleganza di Dylan Different sembra porre inavvertitamente un sigillo.
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