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R Recensione

6,5/10

Bill Frisell

Big Sur

"Big Sur", ennesimo lavoro di quel genio frenetico che risponde al nome di Bill Frisell, è un'immersione liberatoria nella storia della musica americana.

Catalogare Frisell all'interno di una categoria specifica, oggi come oggi, è impossibile. Se lavori meravigliosi come "Before We Were Born" erano jazz sui generis, o se vogliamo una forma personalissima e intricata di jazz-rock ("The Lone Ranger"), anche per la vastità e la complessità dei riferimenti storici e tecnici, qui il chitarrista muta decisamente punto di osservazione. Tanto che la critica americana ha parlato, appunto, di un disco di Americana.

Bill si circonda di un terzetto d'archi, combinando le sue bands più recenti: Eyvind Kang alla viola, Jenny Scheinman al violino, Hank Roberts al violoncello e Rudy Royston alla batteria.

Il risultato finale è una originale, lubrificata commistione di jazz tradizionale (il sommo virtuosismo di Bill), aromi country e blues, melodie piacevolmente surf, arrangiamenti che – per forza di cose – richiamano tanto gli string ensemble quanto, a tratti, la corposa solennità della musica classica. Ma forse dovrei parlare più delle colonne sonore dei film western, perché la sensibilità roots prevale sempre: Bill è Morricone in piccolo.

Quindi, tutta l'America in un solo disco, in diciannove brani. Musica paesaggistica e a suo modo ambientale: e i paesaggi sono le spiaggie infinite della California del Nord (luogo ove il disco è stato commissionato), le onde che si abbattono sulle rocce, ma anche le distese aride e abbaglianti del deserto. Frisell celebra il suo amore per il continente e per il suo enorme potere evocativo: non è un caso se una traccia si intitola "We All Love Neil Young", perché il maestro e padre spirituale di tutto l'americanismo west-coast lascia tracce profonde anche lungo i solchi di "Big Sur".

L'unico limite del disco? In alcuni momenti, pare di confrontarsi più che altro con dei bravissimi session men. La miscela suona quindi un po' ingessata, forse (forse eh) scolastica, imbalsamata dentro quella che è – in questo senso – una riuscitissima operazione di rivisitazione.

Nei momenti migliori (per fare un esempio, "The Music of Glen Deven Ranch", oppure il denso pathos di "A Beautiful View") il fitto intreccio fra archi e i lenti accordi di chitarra lascia segni profondi, trasfigura e incarna la potente carica immaginifica del gruppo. Altrove, il rischio di derubricarsi a mera, formale celebrazione di stili e stilemi già ampiamente codificati, il rischio di limitarsi a omaggiare, diventa concreto.

Per questo il giudizio, per quanto naturalmente positivo (Bill Frisell farà mai qualcosa di veramente brutto?) non è troppo brillante e vistoso. Del resto parliamo di un sessantenne: possiamo perdonargli di aver lasciato per strada un po' della sua proverbiale verve con le sei corde, e possiamo seguirlo ugualmente con piacere mentre disegna scenari luminosi e limpidissimi.

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