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R Recensione

7,5/10

Brad Mehldau

Ode

Pensi a Brad Mehldau e nella mente prende forma l'immagine di un geniale architetto, un Renzo Piano innamorato del re degli strumenti.

Brad ha iniziato ad illuminare il firmamento del jazz a metà anni '90, quando era poco più che uno sbarbatello, ed è ancora oggi sulla cresta dell'onda, forte di una preparazione tecnica che non teme confronti, di una fantasia debordante e della ostinata capacità di esplorare le infinite possibilità della tastiera.

I segreti della sua arte sono l'armonia e l'equilibrio (per quanto a volte si tratti di un equilibrio sgembo: parliamo sempre di jazz, la musica zizagante ed imprevedibile per eccellenza): la carriera del pianista americano è una continua celebrazione della storia del pianoforte jazz, tanto che l'artista è impegnato da tempo a mantenere in vita le braci della tradizione, e rifugge le maggiori novità cresciute e maturate sui lidi della musica contemporanea.

Se proprio si vuole collocarlo in un filone "moderno", è possibile aggrapparsi al movimento cameristico che da qualche tempo ha preso piede (specie in Europa), per il senso della misura che pervade la sua arte, forte di un tratto deciso e ben calibrato.

Siamo distanti anni luce dalla disorientante varietà timbrica delle schiere d musicisti innamoratisi dell'Europa Orientale così come dell'Africa, mentre l'elettronica – con il suo caleidoscopio di ritmi vorticosi e frammenti di rumore – è imbronciata in un angolino, e non riesce proprio ad affacciarsi, neanche per un attimo, sulla scena.

In realtà, per trovare appigli non è necessario allontanarsi troppo dalla cerchia che racchiude i maggiori interpreti dello strumento: il tocco perlato di Bill Evans (il riferimento mi pare evidente, ma è anche vero che Brad ha ribadito in più occasioni di non amarlo più di tanto), il frappè gustosissimo e gorgheggiante di Keith Jarrett (chiara l'ascendenza del genio anche in questo lavoro, specie per l'incessante lavoro di incastri ritmici e per la ricerca di melodie fluttuanti e rigogliose), il raziocinio futurista ed architettonico (ecco che ritorna il concetto) di Lennie Tristano.

Ma non solo: Brad cita spesso il fraseggio sciolto ed arioso del chitarrista Kurt Rosenwinkel, affermatosi come infaticabile studioso delle sei corde jazz sin dagli anni '90, ed anche lo stile parsimonioso e carico di tensione di Gary Burton.

"Ode" è l'ennesima perla di una discografia già ricca e poderosa, e in qualche modo segna un punto di rottura rispetto alla produzione più recente, perchè prende le distanze dall'universo ovattato ed impressionista di un "Day is Done" e si muove all'insegna di una propulsione ritmica più decisa e vigorosa, valorizzando al meglio il lavoro di Larry Granadier e Jeff Ballard (che qualcuno li congeli e li conservi l'eternità!).

La ricerca della melodia felice e di impatto, in ogni caso, non viene meno, e rimane anzi il tratto distintivo di un Brad sempre capace di ricavare da un tema relativamente semplice ampie strutture, che si diramano in disegni eleganti e sinuosi (la briosa "Twiggy", il funk dirompente di "Stan the Man", la complessa "Wyatt's Elegy for George Hanson", turbinio di ritmi infuocanti e di morbide carezze, vero e proprio labirinto di invenzioni musicali).

Come il vino, Brad migliora invecchiando (e parliamo di un quarantenne: come a dire, ne vedremo delle belle). Ed il miglioramento che si può attendere, dopo aver assimilato un disco di questo calibro, è il decollo verso l'immortalità: se proprio vogliamo trovare un difetto ad un lavoro così preciso e ben strutturato, se proprio abbiamo deciso di vestirci da fustigatori e di scovare l'ago nel paglialio, forse dobbiamo guardare proprio alla rigorosa precisione delle idee musicali del pianista, a quella completa mancanza di sbavature che gli impedisce di librarsi in aria e di distillare nel cielo meraviglia pura.

Quello che invece riesce – tanto per restare in territori affini - ad un "You Must Belive in Spring", o ad un "Facing You".

Ma non credo sia il caso di arrovellarsi troppo: forse sono io che pretendo, da vero e proprio ignorante del pianoforte jazz, che ogni musicista di prenda la briga di confrontarsi con lavori che hanno già tracciato un solco profondo della storia, avvicinandosi alla divinità ed aprendosi un varco nel concetto di eternità.

Evidentemente, non può sempre andare così: quindi posso perdonare Brad per aver realizzato semplicemente un grandissimo disco, e consigliarlo calorosamente a tutti coloro che nel 2012 non considerano la musica (che si tratti di jazz o di qualsiasi altra cosa) alla stregua di un deodorante per ambienti asfittici, e le chiedono invece di cambiarti (o almeno di migliorarti) la giornata.

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Voto degli utenti: 6,9/10 in media su 4 voti.
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Jody 9/10
motek 6,5/10
REBBY 6/10

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