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R Recensione

10/10

Dave Brubeck Quartet

Time Out

Esiste qualcosa di più stupido di un pregiudizio?

Credo di no. E badate che parlo con cognizione di causa: per anni mi sono accompagnato all'idea per cui il jazz “vero” (come se ne esistesse uno “falso”) fosse esclusivamente quello che si colloca sulla linea evolutiva bop/ hard-bop/free.

Nient'altro: il jazz, per suonarmi come tale, doveva essere aggressivo, rumoroso, imprevedibile, a suo modo traumatizzante e carico di significati eversivi.

Tutta “colpa” di una formazione culturale ed anche latamente politica che mi ha indotto ad approcciare la storia del jazz a ritroso, prendendo spunto dai contestatori anni '60, per arrivare successivamente all'epoca degli innovatori oscuri della Grande Mela ed alla musica dell'epoca bellica.

La stagione del cool-jazz, una sorta di scheggia impazzita rispetto al continuum descritto, per lungo tempo m'è parsa semplicemente un'aberrazione se non un errore della storia.

Come detto, il mio era un pregiudizio completamente idiota.

Fermo restando che il jazz di marca “nera”, di norma, rimane la musica che più mi tocca ed entusiasma in questo ambito, un bel giorno mi sono fortunatamente accorto di quanto fosse superficiale bollare un'intera stagione (quella del cool-jazz) come semplice aberrazione, quando invece ha rappresentato un momento unico e felice, una fase creativa indubbiamente “fuori tiro” rispetto all'evoluzione tipica genere, ma forse proprio per questo particolarmente affascinante e ricca.

Il merito della mia conversione è da attribuirsi principalmente a questo “Time Out” del Dave Brubeck Quartet, primo disco latamente cool che mi sia capitato di ascoltare, ed ancora oggi fra i momenti imprescindibili della mia discografia jazz, anzi della mia discografia tutta.

Come noto, il cool-jazz (jazz fresco) prende forma sulle spiagge assolate della California, ed anche per questioni geografiche, oltre che culturali, è distante anni luce dal clima e dalle sonorità della Grande Mela: è dolce, raffinato, intrinsecamente bianco e colto, molto più vicino ai canoni della musica occidentale (che da sempre predilige ordine, chiarezza, armonia ed equilibrio) rispetto al jazz nero; della musica afroamericana, in ogni caso, conserva lo swing, la propensione per l'improvvisazione (per quanto molto più “quadrata”), la capacità espressiva in qualche misura sempre “astratta”.

Il cool, di fatto, è un bop raffinato ed accompagnato con dolcezza verso il mondo della musica colta europea: le sue trame strumentali evocano sempre – in qualche modo - i fraseggi cervellotici di Parker e soci, ma ne virano il calore e la completa imprevedibilità verso strutture meglio riconoscibili e più tradizionali.

Tutte caratteristiche, queste, che trovano in “Time Out” un traguardo formale ancor prima che comunicativo. Un traguardo, è importante dirlo, di bellezza difficilmente eguagliabile e non solo in questo contesto.

Fosse anche solo per la grandezza dei musicisti: in primis ovviamente il pianista Dave Brubeck, autore di studi classici presto convertitosi al jazz ed all'improvvisazione, che regala qui alcune fra le perle della sua carriera (in ogni suo brano, infatti, si avverte la tendenza a tradurre nel linguaggio del jazz spunti tipicamente classici quali rondò e fughe); in secondo luogo il sassofonista Paul Desmond, fuoriclasse dello strumento capace di elaborare un discorso tanto lucido ed asciutto quanto intenso: la sua musica vuole suonare come un “martini secco”, e per qualche strano motivo pare riuscirci davvero.

Ma veniamo al disco in sè, prendendo spunto dal pezzo più celebre, ed anzi da uno dei bestseller di tutta la storia del jazz, utilizzato anche di recente per spot pubblicitari & C: “Take Five”.

Già il titolo dice tutto: qui il jazz, forse per la prima volta, abbandona il terreno confortante dei 4/4 (quasi un marchio di fabbrica) e costruisce il suo fraseggio attraverso scansioni metriche più complesse, in questo caso in 5/4. Balza subito all'orecchio, questo “dettaglio”: fosse anche solo per la sensazione di disorientamento che i tempi composti evocano in modo quasi naturale nell'ascoltatore.

Non si fraintenda, comunque, perchè complessità o meno si gode come ricci davanti a questo gioiello: la scansione ritmica di Brubeck al piano mantiene una propria struttura regolare e circolare, le percussioni di Morello sono spazzolate deliziose e leggiadre che passo dopo passo si divincolano dalla rigidità dei 5/4 per riannodarsi in brusio sempre elegante e preciso; il tutto mentre il tema centrale, disegnato con maestria dal sax alto di Desmond (autore del pezzo), è di quelli che ti si appiccicano addosso per sempre.

Eleganza e leggerezza si sposano alla perfezione in quel riff morbido, relativamente semplice nel suo memorabile saliscendi.

L'altro luogo imprescindibile del disco è “Blue Rondo a La Turk”, strepitoso congegno in 9/8 che si contorce elegante e naturale: ho sempre creduto che la grandezza di un musicista risieda anche e soprattutto nella sua capacità di far suonare come “naturali” invenzioni in realtà estremamente complesse.

E qui la mia teoria ha trovato basi solide ove appoggiarsi: “Blue Rondo a la Turk” è un pezzo giocato su scansioni ritmiche quasi cervellotiche (il 9/8, utilizzato peraltro in forma poco convenzionale, si trasforma con estrema naturalezza in un più ordinario 4/4 e poi ruota sino a ritrovare la forma originale), ma non perde nulla in termini di espressività ed efficacia.

Il tempo trae origine da ritmi di origine balcanica, e si suddivide in scansioni di 2/8+2/8+2/8+3/8 (le prime tre battute) e 3/8+3/8+3/8 (la quarta): per il jazz si tratta di un'innovazione alquanto azzardata ma efficacissima. La tendenza alla poliritmia è evidente, all’interno dello stesso brano più ritmi e persino più tonalità.

La formazione classica emerge con vigore ancora maggiore in occasione di “Kathy's Waltz”, elegantissimo walzer che riporta alla memoria le immagini deliziose di “Someday my prince will come”, oltre che nella dolcissima “Strange Meadow Lark”, estenuante nel suo incedere delicato e quasi Evans-iano, nel suo pianismo eloquente ma sempre misurato, che sfoggia con eleganza cambi di tono e fughe.

Qui si avverte anche l’influenza di autori classici quali Chopin e Bach, quest’ultimo in particolare viene in risalto attraverso numerose rievocazioni del suo stile inconfondibile, specie nelle rapide successioni di accordi al pianoforte, che danno vita ad una sorta di competizione in abilità fra i due strumenti.

Three to get ready” merita a sua volta di essere mezionata: è un brano giocoso che si presenta con una sorta di esclamazione del pianoforte (quasi pianista si divertisse in perfetta solitudine), seguita dall'elegante discorso del sax che sviluppa nei modi più svariati il tema centrale.

Ecco, siamo giunti alla fine. Insomma, non c'è che dire: alla faccia mia e dei miei pregiudizi, niente male questi visi pallidi.

 

Contributi di Erica Guastoldi

V Voti

Voto degli utenti: 9,1/10 in media su 17 voti.
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lev 8/10
Roberto 10/10
Noi! 8/10
tecla 9/10
loson 9/10
Cas 10/10
B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10

C Commenti

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lev (ha votato 8 questo disco) alle 22:44 del 26 luglio 2011 ha scritto:

non è il mio tipo di jazz preferito, però...

Roberto (ha votato 10 questo disco) alle 22:48 del 31 agosto 2011 ha scritto:

Simply perfect

mendustry (ha votato 10 questo disco) alle 17:54 del 17 settembre 2011 ha scritto:

Non c'è che dire

Recensione bellissima e disco da incorniciare...

dalvans (ha votato 7 questo disco) alle 15:41 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Discreto

Mai entusiasmato

Utente non più registrato alle 16:16 del 11 ottobre 2011 ha scritto:

Jazz Facile (all'ascolto) quanto complesso nella realizzazione...è quanto di più difficile e di più bello si possa immaginare...un disco meraviglioso! L'album adatto per far capire a qualcuno che lo volesse sapere il significato della parola "Swing" senza bisogno di scrivere una riga di prosa. E' tutto qua dentro.

Utente non più registrato alle 14:15 del 16 febbraio 2012 ha scritto:

Disco che giustamente ha fatto storia, non solo per la presenza di Take five e Blue rondò a la turk, ma per l'uso di ritmi inusitati. Fonte d'ispirazione anche al di fuori del jazz, il primo che mi viene in mente è il buon Keith Emerson.

Rockpoet (ha votato 9 questo disco) alle 23:15 del 22 febbraio 2012 ha scritto:

è decisamente patrimonio dell' umanità xd

ottima recensione , uno dei miei tanti dischi preferiti jazz

Marco_Biasio (ha votato 7 questo disco) alle 17:21 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

E' stato un grande quartetto. Musicisti splendidi e ricchi di inventiva, specialmente il grande Morello alla batteria, che possedeva un tocco eccezionale, di gran gusto e dall'ottima accelerazione. Come tutti i gruppi cool, tuttavia, preferisco ampiamente le registrazioni dal vivo, decisamente più dinamiche e tese, rispetto alla versione studio, che scorre via troppo liscia, troppo poco impervia, e fa suonare troppo naturali le piccole genialità negli ingranaggi strumentali, come in "Take Five" (di cui qua sopra è stata linkata un'esecuzione incredibile) e nei 9/8 di "Blue Rondo a la Turk" (forse la cosa più "jazz" nel senso libero ed irriverente del termine, assieme al valzerino di "Three To Get Ready"). Il mio voto basso va alle versioni su disco.

loson (ha votato 9 questo disco) alle 17:39 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Io, invece, maldigerisco il jazz registrato live, salvo rare eccezioni. Anche il free, quando fa finta di essere troppo "free" e si sbrodola addosso, non mi convince (e parla uno che Ayler, Tayor & Co. li ama alla follia). Questo qui è fantastico per la pulizia delle esecuzioni, la loro compostezza "cameristica", la delicatezza dell'interplay, le innovazioni metriche/stilistiche e la squisita fattura delle composizioni. Paul Desmond uno dei più grandi sassofonisti di sempre: "bianchissimo" come stile, misurato, lirico. Non una sbavatura, non una nota più di quelle che servono. Recensione ottima, as usual.