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8/10

Duke Ellington

Harlem

Quando si parla del Duca, inevitabilmente, si finisce per sgranare gli occhi davanti alla sua incredibile longevità.

Edward Ellington, noto a tutti come “The Duke”, nato in quel di Washington nel 1899 e presto trasferitosi a New York, è quanto più si avvicina ad impersonificare il concetto di miracolo. Perché è obiettivamente difficile credere che un musicista possa affermarsi nella Harlem degli anni '20, fra pianisti ragtime e piccole orchestrine che movimentano le notti dei giovani in cerca di nuove avventure, e poi attraversare con disinvoltura cinque decenni buoni, senza perdere quasi nulla in termine di resa, creatività, forza espressiva.

Eppure il dispotico band-leader c'è riuscito: si è affermato ai tempi di Rodolfo Valentino ed è rimasto sulla cresta dell'onda sino all'epoca Beatles-Rolling Stones-hippie flippati.

Roba vermente da non credere, anche dal punto di vista numerico: Ellington si è fatto largo fra le maglie della musica a forza di canzoni da urlo e composizioni che (quasi) mai nessuno è riuscito ad avvicinare per arguzia, freschezza, quel frammisto di leggerezza e complessità che riesce solo ai più grandi (nel suo repertorio sterminato si contano oltre un centinaio di pezzi immortali ripresi ovunque e comunque da tutti i jazzisti del mondo. Qualche titolo? “Sophisticated Lady”, “Mood Indigo”, “It don't mean a thing”, “Black and Tan Fantasie”, “The Tatooed Bride”, “Solitude”, “The Mooche”, “Take it Easy”; pezzi celebratissimi da tutta la letteratura jazzistica).

Al ciò si aggiunga la capacità di essere al passo con i tempi: prima nell'epoca del jazz semi-pioneristico, quindi fra le orchestre da ballo dello swing, e poi ancora quando Parker & C. iniziano a parlare di bebop (e quanto furono importanti i discorsi di alcuni fra i suoi solisti per la sintassi del bop!), così come di musica hard e cool, o anche di third-stream (terza via fra il jazz e la musica classica europea: nessuno come lui, in America, si è cimentato con risultati tanto eccellenti sul piano puramente compositivo).

Poco importano definizioni ed etichette: quel vecchio marpione del Duca è sempre stato in prima fila, determinato nell'inventare musica spettacolare e moderna.

In una discografia tanto vasta, non mancano perle dimenticate, meno celebri e celebrate di alcuni grandi classici (anche degli anni '60, si pensi a “Far East Suite” o “Money Jungle”).

Un momento guduriosissimo è ad esempio il live “Harlem”, inciso nel Marzo 1964 a Stoccolma, freschissima rilettura di alcune fra le idee più brillanti della sua carriera.

Il Duca era noto per essere un personaggio poco malleabile, alquanto stronzo e tirannico con i propri musicisti, da cui pretendeva sempre e comunque il massimo (poteva permetterselo, del resto: suonare nell'orchestra di Ellington era un privilegio riservato ai più grandi).

Eppure è altrettanto vero che il leader ha sempre avuto un occhio di riguardo per i solisti più importanti, plasmando la propria scrittura sullo stile personale di ciascuno di loro.

Ciò che accade anche in questo live, dove il Duca mostra persino una certa clemenza e deferenza verso due interpreti che rispondono al nome di Cootie Williams (alla tromba) e Paul Gonsalves (sassofono tenore uscito dalle spiagge di Capo Verde).

Non prima però di averci ammaliato a forza di swingate e bandismo d'autore che porta per mano direttamente dalle parti del cuore nero della Grande Mela, con eleganza ed energia assolutamente impareggiabili (“The Opener”; “Happy Reunion”).

Arrivano poi pezzi d'autore come o “Tootie for Cootie”, composizioni brillanti deviate da strappi e repentini cambi d'atmosfera che possono riuscire solo alla penna di Ellington, il tutto con soli calibratissimi per la tromba guizzate ed un po' acidula di Cootie. Al termine del pezzo, Duca si permette persino di regalare la scena (solo per un momento eh) al trombettista, cui il pubblico svedese tributa un significativo applauso.

Anche Gonsalves ha il suo momento di gloria, specie quando deve reinventare il tema centrale del classicone “Satin Doll”, una fra le innumerevoli perle d'autore con cui il Duca ha deciso per lungo tempo di relegare in un angolino tutta la concorrenza, colmandole il cuore di meraviglia e soggezione.

La suite che dà il titolo al disco si colloca nel solco della migliore tradizione bandistica del nostro: perché ti accarezza con un impressionismo leggero che ti mette tranquillo a contemplare il cielo grigio, e decide poi di strapazzarti a furia di cannonate ed accordi in “fortissimo”, intricati passaggi degli ottoni e groove modernissimi che materializzano lo spettacolo vitale delle strade di Harlem.

Ellington è un musicista complesso, anche perchè è il massimo interprete di un'epoca, quasi uno storico che traduce sul pentagramma i mutamenti che squassano l'America nel corso di tutto il novecento (si pensi anche solo alle questioni razziali ed alla natura multietnica delle sue band), o per lo meno fino agli anni '60. Un musicista profondamente americano, quindi, in tutti i sensi possibili: e la sua opera, in tutta la magnificienza, è un gigantesco affresco di valore non solo “artistico”, ma anche storico, sociologico. E' un lungo romanzo che conserva intatto il suo fascino ancora oggi.

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Daniel84 alle 11:37 del 18 novembre 2011 ha scritto:

Mi piace...l'unica cosa, non parlerei di tradizione bandistica per Ellington, ma più di tradizione orchestrale, la big band veniva trattata quasi come un'orchestra.Bravo!

FrancescoB, autore, alle 12:25 del 18 novembre 2011 ha scritto:

Hai ragione...Diciamo che nel suo caso parlare di big band ed orchestra è quasi equivalente, nel senso che le due realità vanno praticamente a sovrapporsi. Felice comunque del tuo apprezzamento.

benoitbrisefer alle 1:16 del 24 novembre 2011 ha scritto:

Devo dire che conosco pochissimo Duke Ellington (come del resto il jazz), però possiedo il vinile originale di A drum is a woman con firma autogrfa del "Duca".... magari se non "frigge" troppo uno di questi giorni lo metto su.....