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R Recensione

7,5/10

Duke Ellington

Piano Reflections

Non necessita certo di presentazioni, Duke Ellington. Con le sue coraggiose suite, tra le quali ricordo almeno “Creole Rhapsody”, “Reminiscing In Tempo” e la colossale “Black, Brown And Beige”, e con le innumerevoli sue notevoli composizioni brevi, si è di gran lunga imposto come il più grande artista jazz della prima metà del novecento. Il cambio di qunquennio propose nuovi brillanti leaders come Lennie Tristano, Miles Davis e Thelonious Monk, ma invece di iniziare a soffrire di ansia di prestazione e di ingegnarsi a copiare stile dopo stile per ribadire la sua creatività – la quale, incredibilmente, resterà comunque intatta ancora per molti anni – Ellington, curiosamente, pubblica quello che è forse il suo album più personale. Il Duca poggia la “corona” sul comodino (che tanto non scappa, avrà pensato), si siede al pianoforte, e crea dodici brani che racchiuderà in un album, noto anche come “The Duke Plays Ellington”.

Disquisire adeguatamente sulla qualità e le caratteristiche di ogni brano richiederebbe conoscenze tecniche e una sensibilità di cui, purtroppo, non sono dotato. Certo è che la superba arte romantica del Duca è rimasta intatta: solo non è più mirabilmente congegnata da un grande regista d’orchestra, ma è sommessamente eseguita da un’anima sensibile e schiva, accompagnata da un contrabbasso e da una batteria. Stupisce non poco la statura pianistica del genio di Washington, spesso giudicata modesta dai critici: certo, la tecnica non è quella di un virtuoso, ma viene supplita abbondantemente da un’umanità e da una profondità che sono tipiche degli artisti che contano davvero; Ellington si muove elegantemente su e giù per i tasti, curando tutte le parti delle sue esecuzioni. Nelle parti più romantiche, tira fuori quanto più pathos possibile dal suo strumento. E, persino nei momenti più apparentemente spensierati, persiste come un alone di filosofia, di riflessione.

Ci sono brani migliori di altri? Non lo so. È forse il leggero ragtime di “Dancers In Love” superiore al piccolo dittico tempistico di “Janet”? Oppure, è forse il delizioso “In A Sentimental Mood” superiore al famoso “Prelude To A Kiss”? Forse però su tutto si stagliano due acquerelli notturni quali “Reflections In D” e “Melancholia”. Resti il dolce beneficio del dubbio. Sono convinto che se Ellington è uno dei grandi del secolo passato lo si debba anche a questo disco, in cui si può ascoltare un artista meno “Duca” e più uomo.

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Giuseppe Ienopoli alle 12:09 del 16 luglio ha scritto:

"Ci sono brani migliori di altri?"

... mi piace pensare che i brani di un disco fra di loro non soffrano di complessi di superiorità o di inferiorità ... sulla tastiera di un pianoforte i tasti bianchi non contribuiscono meglio di quelli neri alla composizione del pezzo, ma insieme traducono ln musica le sensazioni e le emozioni dell'autore ... forse solo quest'ultimo potrebbe dirci qual è in un disco il momento più fedele alle sue intenzioni iniziali.

In tal senso l'atmosfera che si respira in Melancholia mi sembra la più autentica per suggestione ... il Duca non me ne vorrà se preferisco la versione di Wynton Marsalis.