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R Recensione

9/10

Herbie Hancock

Empyrean Isles

Herbie Hancock è un artista che non ha bisogno di presentazioni: bambino prodigio del pianoforte, straordinario interprete ed innovatore del linguaggio del jazz, pioniere di funk elettrico e fusion, vagabondo curioso della musica secondo (in tal senso) soltanto ad un altro gigante come Miles Davis.

Scegliere nella sua sterminata discografia, oggettivamente, è molto complesso: ed allora non si può che affidarsi alle sensazioni personali, alle affinità elettive, al piacere puro.

Ecco, fatta la doverosa premessa, e detto pure della innegabile grandezza di lavori virati-funky come “Head Hunter”, il sottoscritto opta senza dubbio per questo “Empyrean Isles”, se proprio deve indicare il “capolavoro definitivo” di Hancock.

Le Isole dell'Empireo si nascondono dietro le montagne della luna, “nel cuore del grande mare orientale” (così mi dicono le note di copertina del disco): sono un luogo sperduto, lontanissimo, dai contorni vaghi e vaporosi, un luogo indefinito ed un'immagine libera nella nostra mente.

Ed è proprio da un luogo così "astratto" che paiono provenire la cornetta (ottone dalle sonorità simili a quelle della tromba) di uno straordinario Freddie Hubbard e la sessione ritmica assemblata da un Hancock in stato di grazia assoluta.

Il lavoro viene registrato nel New Yersey. Siamo nel 1964: epoca di grandi sconvolgimenti in ambito jazz (la rivoluzione free, il jazz modale, il matrimonio con il rock), epoca in cui la parola d'ordine è sperimentare, cercare nuove soluzioni, soprendere.

Ed ovviamente Herbie, da sempre sensibilissimo alle vibrazioni nell'aria, recepisce in pieno le novità che ribollono in pentola. Ma sempre sotto un'ottica personale, sempre senza snaturarsi: così accade anche in “Empyrean Isles”, lavoro che si muove agilmente fra hard-bop, jazz modale (l'atmosfera sospesa e costantemente irrisolta è proprio frutto delle particolari armonie “modali”), divagazioni di stampo quasi psichedelico, e soprattutto una fascinazione assoluta per lo spazio e tutto ciò che risulta incomprensibile - per l'uomo - nella sua essenza più intima.

Disco spaziale quindi, ma anche e soprattutto “marino”: le sonorità possono risultare tanto cristalline quanto schiumose (anche grazie ad una performance incredbile di Tony Williams alla batteria), ma sono sempre liquide, indefinibili. Eppure equilibrate e minuziosamente studiate: merito dell'autore, ovviamente, che mette sul pentagramma spunti melodici di rara bellezza ed impatto, e riesce ad assemblare una formazione atipica e comunque ridotta; e merito pure di Freddie Hubbard, capace di interpretare con fantasia ed originalità i temi melodici di Hancock, riuscendo a non far notare la macanza di uno strumento a fiato dal registro più ampio e completo rispetto alla cornetta (mancano i più classici sax tenore o contralto, eppure la vastità di colori e sfumature di Hubbard supplisce ampiamente).

La conclusiva “Egg” è, forse più di ogni altro, il brano che consegna “Empyrean Isles” all'immortalità: quasi 14 minuti di psichedelia-jazz ove la cornetta (nella prima sezione) disegna spunti melodici minimali e magistrali, alternando sonorità morbide (che il musicista sorregge a lungo, quasi ad intensificare la sensanzione di liquidità) a fraseggi in velocità che paiono innalzarsi sino a sollevare il tetto; da evidenziare anche la parte finale del brano, ove si avvicendano il piano impressionista di Herbie e gli spunti del contrabbasso (Ron Carter) e del sempre incredibile batterista.

Non si fosse ancora capito, questo è un disco da provare senza esitazioni (anche per chi non sia particolarmente avvezzo a certe sonorità) e da custodire con cura e gelosia.

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 4 voti.
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luin 9/10
lev 9/10

C Commenti

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luin (ha votato 9 questo disco) alle 15:16 del 20 febbraio 2011 ha scritto:

Il disco è molto bello, e anch'io lo preferisco a Head Hunters che, pur essendo probabilmente il più importante della discografia, perde un po' in "anima".

lev (ha votato 9 questo disco) alle 15:32 del 20 febbraio 2011 ha scritto:

continua così francesco e propongo la tua beatizzazione.

Utente non più registrato alle 15:52 del 11 ottobre 2011 ha scritto:

il disco è molto bello a parer mio, anche se per essere sincero piuttosto che con Head Hunters (che appartiene ad un'altra fase musicale di Hancock) , lo sento più in competizione con l'album successivo: il più bello e importante della discografia, Maiden Voyage. Secondo me è questo il più grande capolavoro tra i dischi di Hancock. Indimenticabile la title track (alla quale si è ispirato Marvin Gaye per definire i "moods" indefiniti ed eterei del suo "What's going on"). comunque grande disco anche questo...