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R Recensione

8/10

Jamie Saft , Steve Swallow, Bobby Previte

The New Standard

Un aspetto che mi affascina sempre del jazz è la modalità nella quale si svolge il processo creativo, riassunta nel generico sostantivo di improvvisazione. L’insieme di conoscenza del linguaggio, razionalità ed istinto, consapevolezza dei fini cercati e capacità di cambiare i percorsi musicali sul momento, che apparentemente può sfuggire all’ascoltatore, costituisce, in realtà, una vera e propria forma mentale che distingue i musicisti jazz. Mi rendo conto, da non musicista, di riuscire solo a sfiorare la superficie del tema, ma l’impressione ricavata da anni di ascolti è che nella persona del jazzista si riassuma un insieme di capacità e competenze difficilmente riscontrabili in chi suona musica “scritta sul pentagramma”, con la ulteriore, frequente specificità della creazione collettiva, che viene comunemente chiamata in causa sotto il nome di interplay.

Considerazioni che hanno accompagnato l’ascolto di “The New Standard”, un disco di jazz come lo intendono in casa RareNoise, ovvero massima libertà ai musicisti, poco o niente di preparato e nastri pronti ad immortalare un risultato totalmente imprevedibile.

Era già successo con “One”, nel quale il sassofonista Ivo Perelman veniva lasciato libero di dare sfogo alla propria vena espressiva con la tellurica compagnia di Balasz Pandi e Joe Morris. Succede nuovamente qui, con la più classica delle formazioni jazz, il piano trio, con Jamie Saft, vecchia conoscenza di casa, alla tastiera e la stellare sezione ritmica di Steve Swallow e Bobby Previte. Un trio nato dalla condivisione  di una passione comune, quella per il caffè espresso, che presto ha condotto ad ipotizzare e poi realizzare al Potterville International Sound di Kingston, New York, un progetto musicale comune.

È musica che ti accompagna dolcemente al suo cuore, in modo del tutto naturale, restituendo all’ascolto quella immediatezza che deve avere caratterizzato la seduta di incisione.

Abbiamo fatto l’intero disco in tre ore, in modo del tutto improvvisato”, spiegano i protagonisti. “Siamo partiti da alcuni bozzetti di composizioni, abbiamo discusso un po’ sui ritmi e le armonie e poi basta, tutto “buona la prima” e senza mai decidere come partire o concludere i brani”.

Dopo aver letto quanto sopra, si resta strabiliati all’ascolto di un album che pare invece accuratamente concepito e strutturato, con vere composizioni e pochissimi accenni di free. L’avvio è nel segno del mood rilassato di “Clarissa” e del blues, con “Minor Soul”, con lungo solo nello stile della granitica serenità di Swallow, e la seguente “Step Lively”. “Clearing”, condotta dall’organo di Saft, ha l’andamento di un inno e richiama certe pagine di musica americana scritte in forma di elegia per panorami popolati da infinite pianure e sconfinati cieli, mentre in “Trek” il piano di Saft si avventura in territori più scuri, seguendo l’ostinato del basso di Swallow. La title track vive di alternanze fra la parte melodica affidata al basso chitarra di Swallow e le lunghe code pianistiche che accompagnano lo sviluppo della composizione, fino a dare forma compiuta ad un tema che si spegne poi, progressivamente, nel silenzio.

I tamburi di Previte introducono il bop di “I See No Leader”, nel quale il trio mostra di sapersi trasformare, all’occorrenza, in una perfetta macchina da swing, ed in “All Thing To All People” troviamo l’episodio più ritmato della raccolta, con l’organo di Saft che ricama assoli ed armonie sull’implacabile groove di basso e batteria. Il finale di “Surrender The Chaise” colpisce al cuore con una di quelle melodie struggenti e malinconiche che sembra uscita dal cespuglio di Carla Bley e di Steve Swallow, prima accennata al piano, poi ripresa dal basso .

Da sottolineare anche la veste sonora di “The New Standard”: la registrazione è stata curata da Joe Ferla, un ingegnere del suono vincitore di 5 Grammy, che ha lavorato esclusivamente in analogico con una precisione maniacale per i dettagli sonori. Il risultato potrà essere completamente apprezzato con l’edizione in vinile da 180 grammi, ricavata direttamente dai nastri analogici della session “senza alcuna interferenza del computer”, come orgogliosamente recita il comunicato di accompagnamento del disco.

Ho cercato di mettere insieme pezzi che fossero onesti e pieni di soul”, dice Jamie Saft, “composizioni che potessero esaltare la assoluta maestria melodica di Steve e l’approccio al groove di Bobby. Loro hanno preso i miei semplici pezzi e li hanno trasformati in grandi strutture musicali sulle quali improvvisare”.

È un po’ tutto qui, insomma, il segreto.

 

 

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 2 voti.
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ciccio 8/10

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